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Calabria, come liberarsi della baronessa anti 'ndrangheta? Diamola per psicopatica

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Andrea Lijoi

07-08-2008

"Un perito pel la baronessa CORDOPATRI"
"Lo ha disposto il giudice Camillo FALVO, presidente della prima sezione del Tribunale collegiale di Catanzaro, per valutare l'attendibilità della teste"
Il titolo dell'articolo in fondo alla pagina di cronaca giudiziaria calabrese del "Quotidiano", mi ha colpito anche perché da quasi vent'anni ho avuto modo di seguire sulla stampa locale le vicissitudini di questa coraggiosa e anomala nobile calabrese che ha deciso di opporsi ai soprusi e ai ricatti della ‘ndrangheta.
Ancora prima di leggere attentamente l'articolo ho pensato a male e cioè: vuoi vedere che dopo tanti anni (tanti perché si è trattato di una baronessa, in grado anche di pagarsi gli avvocati!) è stata alfine "cucinata" e data per "matta" anche questa testarda Signora d'altri tempi da una giustizia "calabrese" dagli esiti univoci e ormai purtroppo drammaticamente scontati?
Alla fine dell'articolo, infatti la baronessa Maria Giuseppina Cordopatri ha confermato puntualmente i miei sospetti con il rilascio della seguente dichiarazione: "Siamo ripiombati nell'atmosfera sovietica degli anni '70, quando i cosiddetti dissidenti venivano confinati nei lager dopo un sommario processo e perizia psichiatrica".
Dal piccolo ma completo rapporto giornalistico emerge che il giudice Falvo ha disposto una perizia per valutare la capacità a testimoniare e l'attendibilità stessa della teste, costituita parte civile contro la "'ndrangheta" per le vessazioni subite sulle sue proprietà, allorquando la difesa nella più recente udienza di Catanzaro ha depositato certificazione medica di non poter proseguire nel pomeriggio l'interrogatorio della baronessa già durato tre ore e mezza in mattinata oltre che reso in passato e dopo aver chiesto che venisse fornita la prova dei verbali precedenti del procedimento celebrato a Palmi (RC), dove non si parlava di aggravante mafiosa.
La brava cronista non manca di informare alla fine che proprio verso lo stesso giudice (che alla prova dei fatti ritiene ciò un semplice gioco delle parti che non può ostacolare il corso calabrese della giustizia) la Procura di Salerno ha già aperto "un procedimento per valutarne l'operato per come ha inteso delegittimare la parte civile costituita".
Non posso fare a meno di riflettere sul bisogno vero di una riforma-rivoluzione dell'amministrazione della giustizia, che il nostro premier vuole fermamente ma in direzione opposta a quella necessaria (basta pensare che tale volontà è espressione di una sorta di personale resa dei conti con una giustizia "nemica"e non corrisponde al senso di giustizia avvertito da ognuno proprio in rapporto ai privilegi di casta e alla facilità con cui la macchina delle giustizia è manovrabile da parte di chi può), con particolare riferimento alla realtà calabrese, in cui ormai è normalità il capovolgimento del senso comune di giustizia con procedimenti giudiziari dove a prevalere è sempre la protervia del potere sul debole, la connivenza e/o il baratto con il contropotere, la logica di riportare a norma il malcostume e l'arroganza dei pochi, il piacere perverso di fare commercio della professionalità e della dignità con consulenze e ripagamenti di ogni genere, il prevalere dell'io e delle camarille nella valutazione del caso giudiziario, lo stroncare sul nascere qualsiasi atto di giustizia-verità in un campo libero ormai dai valori fondanti dell'onestà intellettuale, della formazione e della capacità di giudizio autonomo e imparziale.
In Calabria, l'amministrazione della giustizia è parte del girone infernale da cui non si solleva la complessiva realtà economico-sociale di ultima e unica regione europea a crescita zero e rappresenta lo spegnimento dell'ultima fiammella di speranza per chi non ha nient'altro e nessun altro a cui votarsi
Stuoli di avvocati-giudici, di giudici-avvocati, di giudici-politici, di politici-avvocati, trovano in questa terra martoriata e vilipesa occasione di "lavoro" (come l'infinità di banche… in attesa della mamma "banca del Sud"!), mentre il povero è sempre più povero anche perché non riesce a riscattarsi dal dominio dei protetti di quella giustizia e la cultura mafiosa è aiutata ad imporsi sull'eredità della cultura contadina che poneva chi sbagliava nella comunità sotto l'albero della vergogna nella piazza centrale in una dimensione di certezza, comprensibilità ed esemplarità della pena sotto il controllo sociale del popolo, che non esiste più da quando si fa giustizia solo in suo nome.
Le vicende della baronessa Cordopatri hanno suscitato attenzione anche perché appare come l'unica rappresentante di quella nobiltà dei vecchi feudi che si è "ribellata" ad una sorta di "spodestamento" strisciante o diretto, quando non di vero e proprio patto "scellerato", che gli eredi dei feudatari hanno dovuto subire o accettare dalle costituite famiglie mafiose (i possedimenti della baronessa, se non erro, si trovano nella zona di Palmi-Gioia Tauro!).
Mentre gli altri "nobili" hanno ceduto o hanno trovato vantaggio ad "associarsi" magari nella trasformazione dei terreni in edificabili e nel business conseguente, qualcuno riciclandosi probabilmente in promotore di ‘ndrine-imprese, la baronessa non ha sopportato l'"onta" di vedersi scalzare dai nuovi "baroni repubblicani" che ella ricordava magari come eredi di propri dipendenti o addirittura guardiani che si sono voluti "riappropriare" con la forza di possedimenti ritenuti acquisiti già senza diritto legittimo e che garantiscono quel vivere di rendita associato allo status di potenza che vogliono con ogni mezzo riperpetuare per sé non importa in quale secolo (ovviamente a far "resistere" la baronessa, ne sono convinto, vi sono state altre ragioni di condivisibile giustizia).
In conclusione, bisogna dare atto all'azione esemplare della Signora Cordopatri che ha inteso partecipare con la sua personale battaglia alla lotta alle mafie, mentre occorre notare che queste problematiche dovrebbero essere il terreno su cui calarsi per recuperare il contatto perduto con la realtà e riuscire a contrastare chi intende oscurarle, soprattutto da parte delle forze autenticamente riformiste, di cui certo fa parte l'onorevole Minniti e che però, si apprende, preferisce discutere dei problemi calabresi con l'onorevole Versace.

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