:: SCIENZA E CULTURA ::
Quattrocento anni fa, Galileo umiliato e negato. Il moderno pentimento non basta

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Filippo Piccione

10-01-2009

Fervono i preparativi per le numerose iniziative dedicate alle scoperte che Galileo Galilei (Pisa 1564 - Arcetri, Firenze 1642) realizzò mediante l'utilizzo del cannocchiale astronomico: i quattro satelliti di Giove, le fasi di Venere, le macchie del Sole e della Luna, descritti nel suo Sidereus Nuncius.
Il convegno "La scienza 400 anni dopo Galileo Galilei. Il valore e la complessità etica della ricerca tecnico-scientifica contemporanea", organizzato dalla Finmeccanica – in occasione del suo sessantesimo anniversario – con il Pontificio Consiglio della Cultura, presso il Complesso Monumentale S. Spirito in Sassia, ne è stato un anticipo significativo.
Hanno partecipato alte personalità della Chiesa: cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, prof. Gorge Vincent Coyne, direttore emerito della Specula vaticana (l'osservatorio astronomico della Santa Sede); e della scienza: Ugo Amaldi, benemerito della scienza, della cultura e dell'arte, Edoardo Visentini, matematico, medaglia d'oro della Società Italiana delle Scienze, e Francesco Guarguaglini, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica. Un confronto che ancora una volta ha sancito l'esistenza di posizioni molto distanti fra due schieramenti. Anche se non sono mancati al loro interno, in maniera "trasversale", spunti di riflessione, distinguo e sottolineature di grande interesse sui vari aspetti dei temi affrontati. Il rapporto tra scienza e fede è stato l'argomento centrale. In risposta al cardinale Bertone, che ha parlato dell'importanza della fede, il presidente della Finmeccanica ha voluto puntualizzare che "il bisogno di conoscere, di capire, di indagare appartiene alla vocazione più intima, razionale e trascendentale dell'uomo, che ha visto nella ricerca l'unico modo per scoprire la complessità della realtà fisica, materiale e naturale in cui viviamo".
Il dibattito di quell'incontro suggerisce la lettura di un recente libro di Riccardo Chiaberge – ‘La variabile Dio', Longanesi, perché, più di altre innumerevoli pubblicazioni, il cui argomento sia Dio o Gesù – che negli ultimi tempi affollano le nostre librerie – riesce a mettere bene in risalto i sorprendenti sviluppi della scienza contemporanea. In secondo luogo perché i progressi compiuti da decenni ci vengono spiegati con estrema lucidità attraverso un confronto tra due grandi scienziati: il cattolico George Coyne, gesuita e astronomo di Wojtyla, presente al convegno, e il laico Arno Allan Penzias, ebreo tedesco scampato ai lager e Nobel della fisica per la scoperta della radiazione cosmica di fondo, che offre una prova decisiva e una breccia nei misteri del Big Bang. Perché le radici del plurisecolare conflitto tra chiesa e scienza sono illustrate magistralmente dai protagonisti che arrivano a concordare almeno su un punto: l'urgenza di un dialogo che superi fondamentalismo e ateismo dogmatico. Fede e scienza non sono incompatibili, e la ricerca deve essere libera da condizionamenti ideologici e religiosi.
Ma la realtà è un'altra. Da un lato assistiamo ad un fair play e ad una certa dose di buone intenzioni e dall'altro – da qualche anno e senza tregua – siamo costretti a respirare un clima di crociata e di muro contro muro che oltretutto mortifica gli sforzi meritori di scienziati come Coyne e Penzias e il progresso stesso della ricerca scientifica e le sue indispensabili applicazioni tecniche.
Volendo sorvolare su quello che sta avvenendo, soprattutto in Italia, a seguito delle intransigenti posizioni assunte dall'attuale Pontefice che interferiscono pesantemente in materia di bioetica, sono abbastanza illuminanti le pagine con cui l'autore spiega la nascita e l'opera della cosiddetta "Creation Park". Un museo inaugurato il 28 maggio 2007 a Petersburg, nel Kentucky, costato 27 milioni di dollari, che dovrebbe insegnare "a grandi e piccini che la narrazione biblica ricalca fedelmente la realtà e che tutte le moderne teorie scientifiche, dal darwinismo agli studi sui fossili, sono inganni privi di fondamento". I creazionisti sono convinti che la Terra abbia appena seimila anni, che i dinosauri siano usciti dalle mani del Padreterno il sesto giorno e siano saliti sull'arca insieme agli altri animali.
Da Jurassic a Creation Park: l'immaginario collettivo del paese più avanzato del mondo, la patria dei computer e del biotech, sembra avvitarsi su se stesso e regredire verso stadi infantili.
Anche se la generalità dei detrattori americani di Darwin non condividono la lettura grossolana del Genesi, si sta facendo strada una teoria più sofisticata, con una parvenza di "scientificità", chiamata Intelligent Design o Progetto Intelligente. Nel 2005 un gruppo di genitori ha fatto causa al distretto scolastico per chiedere che l'Intelligent Design diventasse materia d'insegnamento, come teoria scientifica alternativa all'evoluzionismo, per spiegare ai ragazzi la "vera" origine della vita. Al riguardo l'avviso dell'astronomo del papa è chiaro: Dio viene sminuito dal Disegno Intelligente, e degradato ad un ingegnere del cosmo. "Solo se continueremo il dialogo tra scienza e fede potremo trovare una risposta". E' la richiesta che egli continuamente rivolge al suo interlocutore e collega laico, Arno Penzias. Un invito riecheggiato nel convegno di Roma che però non ha incontrato – pur nel ricercato e garbato linguaggio che aveva animato la dialettica fra i massimi esponenti della chiesa e gli insigni rappresentanti del mondo scientifico – entusiastica accoglienza.
Così è stato quando si è dibattuto del processo e della condanna da parte del Sant'Uffizio nei confronti di Galileo. Pure qui lo scienziato gesuita non pare abbia ricevuto un riscontro del tutto benevolo, nonostante affermasse che lo scopritore del cannocchiale astronomico, essendo credente, rappresentasse o avrebbe dovuto rappresentare la testimonianza della conciliabilità assoluta fra fede e scienza.
La decisione di papa Wojtyla di riaprire il caso, con l'istituzione, il 3 luglio 1981, di una commissione pontificia per lo studio della controversia tolemaico-copernicana del Cinque e Seicento – che doveva mirare a ristabilire la verità storica e fare ammenda delle colpe della Chiesa – continua a suscitare contrastanti interpretazioni. La polemica sulla celebre frase "La Bibbia fu scritta per insegnarci come andare in cielo, e non come i cieli vanno", agitata dai convegnisti di S. Spirito in Sassia, è la prova vivente di quanto acceso e poco conciliante sia il rapporto fra alcuni uomini della gerarchia e parte del mondo della scienza.
A distanza di 350 anni, un altro papa, Urbano VIII, aveva dichiarato Galileo colpevole di "un'opinione molto falsa e molto erronea e che aveva dato scandalo all'intero mondo cristiano". Secondo Coyne, le conclusioni della commissione pontificia – di cui fece parte – sono state "largamente carenti". Interessante è in proposito il capitolo "La sfida di Galileo e le scuse di Wojtyla" in cui Chiaberge racconta il faccia a faccia dei due scienziati che esaltano i passi avanti compiuti dalla scienza in questi quattro secoli fino ai nostri giorni. "Quello che può essere considerato una verità acquisita o quanto meno che goda di un tale grado di probabilità sarebbe imprudente e irragionevole respingerlo", affermava Giovanni Paolo II, nel 1992, davanti alla Pontificia Accademia delle Scienze. Padre Coyne aveva sperato che la chiesa guidata con saggezza dal papa polacco riconoscesse davvero e fino in fondo l'enormità, anche teologica, della censura antigalileana. Purtroppo non è stato e non è così.
Oggi come ieri, i limiti e i veti imposti dalla chiesa cattolica al progresso scientifico, in nome di un esclusivo monopolio sull'esegesi dei testi sacri e la pretesa che le sue indicazioni, in taluni campi, come quello ricordato della bioetica, divengano norme giuridiche imperative, rappresentano un vero e proprio macigno. Nonostante il patto simbolico di tolleranza e di libertà firmato fra lo scienziato credente e lo scienziato laico.


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