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Se Fini difende il Parlamento e il dialogo sulla giustizia dalla prepotenza del governo forse va aprendosi una crepa nella tirannia berlusconiana

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16-01-2009

Che cosa sta succedendo dentro il cosiddetto Popolo della Libertà? Può apparire, questa, una domanda strana poiché perfino i muri si erano abituati all'idea, diffusa da quasi tutte le Tv e i giornali, che nella casa reale di Arcore tutto fila liscio, anzi tutto converge nel rafforzare la granitica tirannia del cavalier-vincente. E' ben vero che ultimamente, digerite le storiche vittorie della mondezza partenopea e del dimezzamento dell'elettorato abruzzese, si sono notati alcuni sintomi di nervosismo tra gli adepti ma sempre rientrati dopo qualche parola del leader. Di più: è proseguita con inusitata intensità la campagna propagandistica del "tutto va nel migliore dei modi grazie all'energica azione del governo". Se qualche scampolo di notizia filtrata dai media sembrava negare l'inno entusiastico (per esempio, il casino dell'Alitalia, i dati sulla crescita della cassa integrazione cioè della crisi industriale, l'aumento della pressione fiscale, il sorpasso del record decennale della disoccupazione, l'aggravarsi endemico dela problema criminalità) tutto tornava a posto con la secca e dogmatica affermazione del capo che l'opposizione fa schifo e, per di più, il Pd è diviso. Ma ecco che, varcata la soglia dell'Epifania, scoppiano due grane tra la fedelissima Lega Nord e Berlusconi (Malpensa e l'idea di tassare gli extracomunitari in regola). E, peggio che peggio, emerge la renitenza dei presidenti delle due Camere allo strapotere irrispettoso dell'Esecutivo con la valanga dei decreti e dei ricorsi al voto di fiducia. Una dialettica prima impensabile. Eppure era solo una vigilia. Il botto è venuto il 10 gennaio a firma di Gianfranco Fini e si è ripetuto il 13.
Il comportamento del presidente della Camera è davvero qualcosa di imprevisto. Non solo ha dato segni di rispetto verso l'istituzione parlamentare notoriamente considerata da Berlusconi un caravanserraglio di subalterni docili e proni ma ha via via mandato messaggi di insofferenza come a dire: su questo scranno non siede un servente ad personam. E così nel momento in cui la Camera doveva approvare forzosamente il cosiddetto decreto anti-crisi, è esploso il più clamoroso scontro tra lui e il governo. Il quale governo giustificava l'ennesimo tentativo di strozzare il confronto parlamentare su una questione drammatica come la crisi economica e sociale dicendo che si era già discusso nelle Commissioni. Il presidente della Camera denunciava l'insopportabile disinvoltura dell'esponente governativo e rivendicava la sovranità dell'Aula secondo Costituzione. Questa volta Berlusconi non ha potuto emanare il solito richiamo all'ordine, mentre l'opposizione applaudiva. Il clamoroso episodio era stato preceduto tre giorni prima dalla lettera di Fini al "Corriere" in cui aveva avanzato una sua proposta d'indirizzo e di contenuti per la tanto sbandierata riforma della giustizia: indirizzo e contenuti opposti a quanto da sempre affermato da Berlusconi per il quale il problema-giustizia è solo di eliminare i giudici scomodi, di sottrarre strumenti d'indagine troppo penetranti, di porre i Pubblici ministeri al servizio del governo. Fini dice, ben al contrario, che l'autonomia dell'ordine giudiziario è intangibile, che le intercettazioni sono valide anche per i reati di corruzione e non solo per mafia e terrorismo, che il CSM va sollevato dal gioco delle correnti, e così via. Insomma, una specie di contro-programma. E' sembrato quasi un riallacciarsi a quanto lo stesso Fini ebbe a dire al momento dell'annuncio berlusconiano dal predellino di un'auto sulla nascita del nuovo partito totalitario della destra: "Siamo alla comica finale". E non dimentichiamo che, tra il 10 e il 13 di gennaio, aveva costretto lo stesso Berlusconi a mollare l'amatissima Lega sulla questione immigrati.
Naturalmente la conseguenza immediata dell'iniziativa finiana è la novità di un possibile e reale confronto maggioranza-opposizione sui temi scottanti della condizione del Paese compresa la giustizia, e ben si sa che a Berlusconi l'idea del confronto reale con "questa sinistra" è pari all'idea del leone che insegue la gazzella. Le cronache future ci diranno se la svolta produrrà davvero gli effetti voluti. Ma, in ogni caso, resta assodato il fatto che l'un personaggio e l'altro operano ormai su due piani non convergenti. Sì, Berlusconi dirà che mai e poi mai è stato in disaccordo con Fini e che la maggioranza è granitica, ma la vera attesa – quasi un preannuncio – è costituita da ciò che continunerà a fare e a qual punto intende giungere il presidente della Camera. Su questo s'impone cautela, tuttavia sarebbe ingenuo non vedere che in gioco è ormai la questione della leadership a medio termine dell'attuale blocco berlusconiano. Fossimo in Gasparri cominceremmo a riflettere sul dogma del "tutto e sempre con Berlusconi". La storia ci dice che qualsivoglia forma di tirannia inizia la sua decadenza dai segni di una concorrenza intestina e, trattandosi della destra, torna a mente quel accadde il 25 luglio 1943 al Gran Consiglio mussoliniano. Allora c'erano le armate alleate già sbarcate in Sicilia, oggi – meno bellicosamente – c'è la crisi evidente del sistema economico e sociale e con essa la possibilità della fine dell'ipnosi berlusconiana sugli italiani. La forma cambia, ma non è escluso che la sostanza possa ripetersi. Tanto più se il PD farà il proprio mestiere fino in fondo.


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