










06-02-2010

Una ragazza pachistana è stata rapita dal padre. Gli era stata sottratta dalle leggi italiane. Con la violenza l'ha sequestrata e condotta verso una destinazione sconosciuta. Fortunatamente, subito ritrovata. Al padre non è mancato l'aiuto di alcuni volenterosi complici. Eppure la ragazza conduceva una normale vita come tantissime coetanee italiane. Niente di condannabile o di vergognoso. Padri che impongono le nozze alle figlie bambine. Consuetudine diffusa nelle comunità pachistane e indiane. Divieti di frequentare giovani italiani, di fumare o di ballare in discoteca. Statistiche dettagliate riferiscono che in Italia duemila bambine, ogni anno, sono costrette a sposarsi. E il fenomeno non è solo italiano. Siamo di fronte a un conflitto generazionale che coinvolge diverse etnie di immigrati. Genitori provenienti dal mondo rurale, spesso analfabeti – non è loro responsabilità –, di ortodossa religiosità islamica, vivono con comprensibile disorientamento la rivendicazione dei figli ad assumere i costumi dei Paesi che li ospitano.
La cultura millenaria che li ha formati non può improvvisamente essere rifiutata e gettata nel cassonetto. Condizione che ha indotto a rifugiarsi nell'integralismo per difendere la propria integrità. L'antropologia del ventesimo secolo ci ha insegnato che tutte le culture hanno pari dignità. Anche le più inconsistenti numericamente. Ciò non significa giustificare o tollerare atti che violano le nostre leggi. Il reato va perseguito con fermezza. Sono episodi quotidiani che producono un effetto di sgomento nella nostra pubblica opinione. Paura, sdegno, condanna, discriminazione, rifiuto, sospetto di infiltrazioni terroristiche.
La risposta è su base emotiva. E' comprensibile. Le probabilità di buon vicinato si riducono a zero. Inutile soffermarsi sugli interventi degli addetti ai lavori, che oscillano fra una demagogica accoglienza e un disumano impacchettamento verso i Paesi d'origine.
In campo internazionale, poi, i rapporti con il mondo islamico smarriscono un'adeguata e invocata soluzione. Iran, Afghanistan, Palestina, e non solo, sono i punti cruciali che complicano qualsiasi volontà di negoziato. La convinzione occidentale di esportare la democrazia sulle spalle di contingenti militari non facilita la pacificazione con l'Islàm. Dall'altra parte Bin Laden, il mullah Omar, i Talebani, le organizzazioni terroristiche hanno atteggiamenti speculari. Bin Laden continua la sfida con minacce e rivendicazioni di attacchi terroristici contro gli Stati Uniti.
L'affidamento all'apparato bellico è convinzione comune. Gli interessi economici, infine, non possono mancare l'appuntamento.
E' il clima più idoneo ad accrescere i proseliti al terrorismo islamico. Risale al dicembre scorso il fallito attentato di Natale a un aereo di linea, protagonista un giovane nigeriano sospettato di contatti con Al-Qaeda. Il panico e la strage sono l'obiettivo del terrorismo islamico che ha peculiarità diverse da tutti i terrorismi precedenti. Il suicidio, ad esempio, accettato dall'attentatore durante l'azione terroristica. L'elemento religioso è predominante. Quello bellico gli contende il primato. Si parla molto di jihad intesa come "guerra santa" Ma si tratta di un'accezione più tarda, di epoca moderna.
La parola significa "lotta, sforzo, impegno". Ricorre spesso nel Corano, con un significato non esclusivamente bellico. Ai musulmani viene indicato come gradito a Dio lo "sforzo sulla Sua Via".
Nel Corano è biasimato il rifiuto di impegnare se stesso e i propri beni sulla via di Dio.
Quale debba essere la forma di questo impegno è tuttora un dibattito offerto a numerose interpretazioni. I versetti coranici richiamavano alla lotta contro l'idolatria. Successivamente furono considerate jihad sia le guerre di conquista sia le razzie annuali. Il teologo Al-Ghazali, dell'XI secolo, riduceva a poco il senso di sforzo militare e magnificava lo scontro con la concupiscenza della propria anima e la vittoria finale.
Nell'epoca attuale si arricchisce di nuovi attributi di contenuto umanitario: jihad contro la povertà, contro la malattia, contro l'analfabetismo. Le formazioni paramilitari hanno accentuato il suo significato bellico. Ogni lotta di liberazione, qualsiasi azioni militare, ogni attentato suicida o intento rivoluzionario sono riconducibili alla jihad che opportunamente offre una legittimazione religiosa. Chi muore nell'esecuzione di azioni terroristiche si trasforma in martire. La concezione di martirio è così una ulteriore accezione sorta in epoca più ravvicinata.
La complessità di una sola parola, stimolante mille interpretazioni, nel suo viaggio storico giunto ai nostri tempi, ci suggerisce un'attenzione più vigile nei confronti di una civiltà ricca di valori a noi sconosciuti.
Purtroppo la cultura islamica rimane confinata nell'ambito degli studiosi, né si scorge un serio tentativo di diffonderla. A parte alcune superficiali volgarizzazioni. Ottenere l'integrazione di due civiltà millenarie è compito doveroso e difficile, ma non impossibile.