










06-02-2010

Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Don Milani
Alla conferenza stampa di presentazione, il ministro Gelmini e il Presidente del Consiglio Berlusconi hanno usato toni trionfalistici: "Questa è una riforma epocale". Parlavano della riforma della scuola superiore che dopo il parere favorevole del Senato la definitiva ratifica in Consiglio dei Ministri, ormai è legge.
Con questo atto che riguarda licei e istituti professionali si completa la riforma Gelmini che ha profondamente mutato l'istruzione pubblica. Non in meglio, purtroppo. Anzi c'è chi ha parlato di vera e propria demolizione della scuola italiana.
Innanzitutto perché alla base della riforma c'è una pesantissima serie di tagli delle risorse destinate alla pubblica istruzione, che hanno condizionato e orientato le scelte del ministero nella riorganizzazione della didattica. La parola chiave della riforma Gelmini è, infatti, meno: meno risorse, meno insegnanti, meno ore, meno materie, meno laboratori. Per quanto riguarda i licei in particolare la riforma ne modifica il numero, sei invece di quattro (classico, scientifico, linguistico, artistico, più i nuovi musicale e coreutico) e i programmi. In generale la linea seguita è quella della semplificazione delle materie, degli indirizzi, degli orari. Con il risultato che la scuola superiore sarà impoverita: finiranno le sperimentazioni messe in campo negli ultimi anni, e molte materie saranno accorpate, alcune addirittura spariranno. La geografia, ad esempio, contro la cui eliminazione si sono pronunciati in molti in questi giorni, che nel triennio dei licei, e addirittura anche negli istituti nautici, sarà formalmente accorpata alla storia e nella sostanza cancellata. I nostri ragazzi saranno quindi futuri cittadini di un mondo che non conosceranno, di cui nessuno avrà insegnato loro a riconoscere e rispettare i diversi contesti territoriali, le diverse culture, economie, politiche. Praticamente degli alieni nell'era della globalizzazione.
Ma anche le lingue non se la passano tanto bene: il latino sparirà dal liceo scientifico se si sceglie l'indirizzo scientifico-tecnologico; nel liceo linguistico la seconda lingua straniera avrà il 33% in meno delle ore; la lingua straniera nei licei scientifici avrà il 10% circa in meno delle ore, e sparirà lo studio della seconda lingua comunitaria per tutto il quinquennio, che era stato il fiore all'occhiello delle recenti sperimentazioni.
Le materie scientifiche invece saranno accorpate e ridotte nei licei delle scienze umane e linguistici dove fisica e matematica diverranno un'unica materia e le scienze naturali avranno il 25% delle ore in meno. In tutti i licei indistintamente non compare l'insegnamento quadriennale delle materie scientifiche.
Anche l'istruzione professionale viene riordinata con una semplificazione che raggruppa gli istituti tecnici in due settori e undici indirizzi. Qui si era tentato nelle scorse settimane di trasformare l'ultimo anno di studio in apprendistato lavorativo, svuotando in parte la formazione degli alunni e di fatto tentando di aggirare l'obbligo scolastico a 16 anni, tentativo fortunatamente sfumato.
Insomma, la riforma riporta il nostro sistema scolastico indietro di qualche decennio e ci fa perdere competitività a livello internazionale. Già alcuni anni fa i rapporti Ocse del Pisa (Programme for International Student Assessment) metteva i nostri quindicenni al 27° posto fra i loro coetanei di 57 nazioni per conoscenza della matematica e al 36° per le scienze.
E se, finora, si salvava almeno la scuola elementare, considerata tra le migliori al mondo, anche qui la situazione si mette male. Un recentissimo studio dell'Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico nazionale ha mostrato chiaramente come nell'istruzione primaria ci siano profondissime disparità tra scuole del nord e del sud del Paese. Cioè la scuola pubblica non è in grado di garantire a tutti i bambini lo stesso livello di istruzione e le stesse opportunità formative. Per cui nelle regioni meridionali, a fronte di un livello generale della scuola molto al di sotto di standard medi, solo le famiglie con un buon livello culturale/economico di partenza accedono agli istituti migliori, alle altre rimane un offerta scadente. Non è colpa dei giovani studenti, né dei docenti. Ma dell'incuria di chi governa la scuola italiana. Dice lo studio.
Invece cosa fa chi governa la scuola italiana? Taglia tutto il possibile e vara riforme dettate dal solo criterio della riduzione degli stanziamenti. Cioè si disinveste sul futuro, sulla formazione delle prossime generazioni che saranno meno preparate ad affrontare un mondo sempre più complesso ed avranno meno chance di costruire un avvenire migliore, per se stessi e per il paese.