










06-03-2010

Se ne riparlerà non prima delle elezioni regionali. Per ora la maggioranza, con l'emendamento al Ddl Calabrò sul Biotestamento presentato dal relatore Domenico Di Virgilio ed approvato in commissione Affari sociali, ha cercato di ottenere un duplice obiettivo: da un lato mostrare la propria disponibilità di apertura alle opposizioni; dall'altro assicurare alle autorità ecclesiastiche che la "difesa della vita" non subisse alcuna modificazione significativa. L'alimentazione e l'idratazione, pur continuando ad essere escluse dalle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) possono essere sospese in casi eccezionali. Non essendo una cura, precisa il relatore, nessuno potrà chiedere di rinunciarvi. Se c'è una novità, essa va ricercata nel fatto che la somministrazione potrebbe essere sospesa quando il paziente non è più in grado di assimilarla (una modifica "ovvia" oltre che inutile, oscurantista nonché ingannevole). Si è ora in attesa che venga discusso l'altro emendamento ritenuto dalla stessa maggioranza funzionale a quello approvato, che allargherà la platea delle persone alle quali si applica la legge, che riguarda non solo i pazienti in stato vegetativo (quasi tremila) ma anche i malati terminali che sono 250.000.
La ragione vera per la quale la parte più retriva del centro destra ha voluto impegnare il Parlamento per esaminare questo tipo di emendamenti risulta quantomeno strumentale. Secondo Ignazio Marino, "somministrare una terapia quando questa non è efficace si chiama accanimento terapeutico, oppure sperimentazione non autorizzata su esseri umani. Se a giudizio del medico la terapia non serve è ovvio che sarà sospesa". Non è necessario che il Parlamento lo indichi in una legge, osserva il senatore Pd.
Pare di capire che la maggioranza intenda fare tutto tranne l'essenziale: affrontare una volta per tutte il nodo cruciale della responsabilità della decisione.
La domanda che tutti noi ci poniamo è se e come, alla luce della legge sul Biotestamento così riformata, si sarebbe collocata la vicenda di Eluana Englaro. Ad avviso di alcuni esponenti della maggioranza, la "sorte" di Eluana sarebbe stata diversa in quanto non era una malata terminale e non è morta per una malattia specifica; essendo lei una disabile profonda, l'idratazione e l'alimentazione avrebbero dovuto proseguire.
Le posizioni nella maggioranza non sono monolitiche. Una parte di parlamentari, nel rilevare innanzitutto evidenti incongruenze e lacune – mancata chiarezza di chi deve decidere l'interruzione e la genericità e la indeterminatezza di quali pazienti devono o meno essere sottoposti al trattamento previsto dalla normativa – sarebbero disposti persino a sostenere l'emendamento presentato dal Pd che attribuisce la decisione al medico in accordo con i familiari. Per evitare il "pasticcio ideologico" (Livia Turco, presentatrice dell'emendamento dei democratici) occorrerebbe quindi sciogliere i seguenti nodi: chi stabilisce se si è davanti a un caso eccezionale o no? Chi decide se i trattamenti medici non possono più fornire i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche del corpo? Quali sono queste funzioni essenziali del corpo? Se tali problemi restano irrisolti il tentativo di esasperare a fini "politici" certe situazioni, come quella drammatica di Eluana, è sempre in agguato.
La questione della vita e della morte non può ripetersi, in casi analoghi, nelle stesse forme e con lo stesso lacerante epilogo. Beppino Englaro mentre viveva momenti di indicibile tormento era stato fatto oggetto dell'accusa di essere la mano assassina di sua figlia. Al tempo stesso, protagonista la stessa Eluana, la sua battaglia divenne il simbolo sul Biotestamento, su cui il Parlamento è chiamato a definire un testo di legge che si spera condiviso da tutte le forze politiche. In questo senso sarebbe auspicabile che anche da parte della Chiesa – che continua ad esercitare un ruolo e un'influenza decisivi in materia – venisse un segnale di maggiore "ragionevolezza".
Del tipo di quella mostrata dal mons. Rino Fisichella allorché suggerì di tenere un comportamento "più prudente e mite teso più alla comprensione che alla condanna".