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Chaplin (Charlot): genialità, ironia, umanità contro alienazione sociale, nazismo e maccartismo

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06-03-2010

Charlie Chaplin (1889-1977) è stato, senza dubbio, il più creativo protagonista della "nuova arte" del XX secolo: il cinema. E' impossibile paragonare il suo apporto a quello dei pur celebrati pionieri delle grandi cinematografie europee e statunitensi perché egli creò qualcosa che nessun altro ha potuto né emulare né tanto meno superare per originalità, popolarità mondiale, eclettismo estetico e rigore etico. Almeno per quanto riguarda la prima metà del 900, nessuno più di lui ebbe a scolpire la condizione esistenziale e i meandri del sentimento umano impastando sensibilità sociale e tragica ironia del tempo, innovazione di linguaggio nell'immagine e nel suono. Ma non fu solo un insuperabile creativo: fu un combattente e, proprio per questo, fu punito dalla destra americana.
Inglese di origine si getta nella recitazione fin da bambino impegnandosi in pantomime satiriche. A 21 anni va negli Stati Uniti con una compagnia di comici ed è coinvolto nella dinamica del nuovo strumento di espressione, la pellicola. Già nel 1913 si segnala la sua prima apparizione in un film e un anno dopo appare il suo personaggio epocale: Charlot, il "piccolo vagabondo" con i suoi scarponi, la bombetta, il bastone roteante da passeggio che testimonia condizione, drammi e cialtronerie dell'epoca. Rimarrà fedele a questa sua creatura per ben settanta film. Il successo popolare è immediato e gli consente di fondare nel 1919 la "United Artists" che non abbandonerà finché non sarà costretto all'esilio.
Nel decennio tra l'inizio della prima guerra mondiale e il "New Deal" di Roosevelt, vedono la luce capolavori come "Il monello", "Il pellegrino", "La febbre dell'oro". Vi dominano le figure del misero solitario avventuroso e ottimista come il partecipe alla "Febbre dell'oro" che si lancia nel continente fascinoso del fortuna (la miniera del metallo giallo) superando i più strampalati ostacoli per poi ricadere – ma non rassegnato – nella sua condizione di proletario (famosa, anzi emblematica, la scena dell'improvvisato minatore che per sopravvivere arriva a mettere nella pentola bollente le proprie scarpe sperando di estrarne un qualche succo alimentare). Ma è un decennio dopo che la sua drammatica ironia raggiunge l'acme con "Tempi moderni", inarrivabile trattato satirico della alienazione operaia: la muscolare capacità dell'uomo di produrre è fagocitata e ridicolizzata dall'impersonale e idiota meccanicità della fabbrica. L'operaio trascinato dal mastodontico meccanismo della ruota dentata parla della condizione operaia più di mille trattati sociologici. La gente ci ride sopra e capirà solo dopo che non si tratta di una trovata comica ma di un dramma. Tra l'uno e l'altro film di cui abbiamo detto, egli produce pellicole meno gridanti ma ridondanti di umanità sbalestrata dall'ambiente sociale e dagli asssurdi comportamenti umani ("Luci della città", "Il circo").
Ma ecco che lui non può ignorare il mostro che sta dominando il mondo: il nazismo, le dittature fasciste. Che cosa può fare perché la gente comprenda la portata terminale della minaccia? La sua risposta è ridicolizzare il mostro, perché gli è chiaro che l'ironia, oltre alle armi, è lo strumento terminale per ricacciarlo nella tana. E realizza "Il grande dittatore", condensato di tutta la sua arte mimica e dissacrante applicata alla figura di Hitler. E' così che lui parteggia perché la democrazia americana non lasci sola l'Europa aggredita dal nazismo (non sono poche le forze che premono per la neutralità e ci vorrà l'aggressione giappone per dissuaderle). Lui è già in lotta col nazismo e tutti i fascismi nel 1940.
Nell'immediato dopoguerra il suo cinema cambia un po' il consueto registro tragico-ironico anche perché deve adeguarsi al sonoro (che nei decenni precedenti era, per così dire, surrogato dalla mimica silente) ed ecco affermarsi l'altro angolo imprevisto della sua creatività: la musica. La melodia di "Luci della ribalta" (1952) è semplicemente un successo mondiale legata al finale personalmente tragico della vicenda narrata. Ma anche questo suo muoversi verso tematiche più sentimentali non lo salva dall'occhiuta diffidenza della "Commissione contro le attività antiamericane" presieduta dal sen. Joseph McCarthy che, in nome della lotta al pericolo comunista, fa strage nel mondo della cultura e non solo. E parte un'offensiva, con l'appoggio della stampa di destra, contro lo "Charlot bolscevico" fino alla formalizzazione di un'indagine sulle sue idee "estremiste". E a Chaplin non resta che abbandonare quella "terra della libertà" a cui tanto aveva dato e che ora gli si rivolgeva arcigna e vendicativa. Nel 1952 espatria in Svizzera e attenderà un ventennio prima che da oltreoceano gli arrivi un messaggio risarcitorio. Gli Stati Uniti decideranno solo nel 1972 (lui ottantatreenne) di risarcire la stupida offesa con un formale riconoscimento della sua opera, e lui potrà tornare nella terra che aveva conosciuto la sua opera inimitabile.

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