











12-06-2010

Rosa "la rossa", cioè il personaggio femminile del movimento operaio più famoso tra l'800 e il 900, figura di straordinario spessore intellettuale e, soprattutto, simbolo di coerenza estrema tra teoria e prassi fino al martirio.
Nasce da famiglia ebrea-polacca nel 1870 aderendo giovanissima al movimento socialista, collocandosi da subito nella frazione rivoluzionaria. Consapevole della immaturità politico-ideale del suo paese dove la classe operaia è infima minoranza della società, emigra clandestinamente nel 1889 in Svizzera per contattare la attiva presenza di socialdemocratici russi e per condurre i suoi studi di economia all'università di Zurigo e inserirsi nel vivace dibattito in seno alla Seconda Internazionale tra il revisionismo di Kautsky e il rigorismo ideologico dei rivoluzionari. Nel 1897 è a Parigi – la città della fallita ma gloriosa Comune – per poter ottenere la cittadinanza tedesca e rientrare in Patria per il pieno inserimento nella forte Socialdemocrazia. Diventa redattrice dell'organo del partito "Vorwarsts" e lì si guadagna un ruolo di primo piano nello scontro con la corrente revisionista di Bernstein: famoso il suo saggio del '99 "Riforma sociale o rivoluzione?" che ne fa , in certo modo, il "Lenin germanico", tanto che a seguito della prima rivoluzione russa (1905) s'impegna sui fondamenti di una svolta rivoluzionaria a dimensione europea con un saggio, anch'esso famoso e molto tradotto, intitolato "Sciopero generale". Anni dopo lo stesso Gramsci si riferirà a quel testo come "teoria della guerra manovrata applicata alla politica" a cui opporrà la ben nota sua visione della "guerra di posizione", cioè una concezione strategica non fondata sul colpo di sfondamento del sistema borghese ma sulla costruzione di una forte egemonia che assicuri il processo al di là della conquista del potere.
Diventata nel 1907 insegnante di economia politica alla scuola superiore della SPD, inizia la sua avventura di oppositrice alle tendenze nazionaliste e riformiste del partito che sfoceranno – con la prima guerra mondiale del 1914 – nell'appoggio socialdemocratico alla politica del regio governo fino a votarne il bilancio di guerra: vero e proprio tradimento rispetto alla posizione dell'Internazionale. S'impegna nella nascita di un movimento autonomo, la "Spartacus-bund", e offre la base ideologica alla svolta col saggio "Crisi della socialdemocrazia", polemica anche con Lenin, il quale tuttavia promuove vittoriosamente in Russia la rivoluzione sovietica offrendo l'inedita variante dello "Stato dei Consigli". La ferma opposizione di Rosa alla guerra la espone a numerosi arresti lungo tutto il corso del conflitto che condurrà Germania e Imperi centrali alla sconfitta e alla istaurazione della Repubblica tedesca. Ed ecco che, nelle nuove condizioni create dal disastro, ella prende la testa, assieme a Liebknecht (i loro due nomi passeranno uniti alla storia del movimento che si chiamerà comunista) della costruzione della Lega Spartakista che, schierandosi duramente contro la forma della Repubblica parlamentare, conduce alla fondazione del Partito comunista di Germania (KpD), ormai solidale con il processo rivoluzionario russo e impegnato, appunto, a costruire le condizioni della sua "guerra di movimento". In realtà ella lucidamente comprese che non sussistevano le condizioni – nell'immediato dopoguerra – per una soluzione insurrezionale del tipo di quella avutasi in Russia due anni prima, ma non si sottrasse all'impegno del partito di tentare la via rivoluzionaria prendendo, assieme a Liebknecht, la testa del movimento iniziato il 6 gennaio 1919. Appena dieci giorni dopo immolò la sua vita durante uno scontro notturno con un reparto dell'esercito.
La sua figura eroica e di intellettuale divenne mitica in ogni parte del mondo dove andava formandosi un movimento comunista-rivoluzionario, giungendo, nei decenni finali del XX secolo, ad essere associata ai nomi di Mao e del Che Guevara ma con interpretazioni ed esiti lontani dalla sua ispirazione originaria di critica dell'opportunismo e costruttrice – fino all'olocausto – di un impossibile sogno di liberazione sociale e umana.