:: SCIENZA E CULTURA ::
La misteriosa inquietudine del giovane Holden nel caos metropolitano all'inseguimento delle anatre del Central Park

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Dario Pontuale

31-03-2012

Credo che la lettura sia epidemica, che non vi siano vaccini con cui curarla e spero che nessuna casa farmaceutica ne stia sviluppando uno.
Le lettura ti investe quando hai l'età che può essere qualunque età, quella nella quale si cerca sé stessi dentro parole scritte da altri secoli prima, altri che a ben guardare la pensano come te. La lettura ti assale alle spalle quando meno te l'aspetti, quando sbatti contro un vecchio libro sullo scaffale di casa, oppure quando lo scovi in libreria...



Questo mese:

IL GIOVANE HOLDEN
- J. D. SALINGER -

L'uso accorto e mirato dell'aggettivo è elemento necessario per migliorare una prosa un po' grigia e anonima in una più colorata e vivida. Dicasi altrettanto per una frase che può palesarsi stravolta con o senza un'aggettivazione appropriata. L'importante è, tuttavia, non abusare con certi aggettivi e non farlo specialmente nei titoli dei romanzi. Negli ultimi tre secoli sembra che agli scrittori sia mancata la fantasia insistendo troppo sul logorato termine "giovane": Goethe addolorato assieme al suo "giovane" Werther; Musil turbato in compagnia del suo "giovane" Torless e, infine, Salinger seguito dal suo "giovane" Holden e basta. Che l'aggettivo "giovane" sia vituperato, quindi, non c'è altro da dire, ma del Giovane Holden, invece, c'è tanto di cui parlare.
Nacque nel 1952 dalla penna di Jerome David Salinger, ma la scarsa originalità del titolo non è da imputare allo scrittore newyorkese, bensì a Giulio Einaudi che lo pubblicò nel 1961 con non pochi grattacapi. L'editore torinese dovette arrovellarsi parecchio per escogitare un titolo che sostituisse l'originale che recitava enigmatico: The Catcher in the Rye. Letteralmente significa: Il cacciatore nella segale, pressoché incomprensibile almeno per due motivi e soprattutto al pubblico italiano. Il nome del romanzo riprende il verso di una poesia di Robert Burns, intitolata Comin' Through the Rye, e propriamente la storpiatura di un verso che il protagonista del libro, Holden Caulfield, apporta quando la sorellina gli domanda cosa volesse fare da grande. Ispirandosi alla scena evocata dalla strofa il ragazzo, allora, risponde:



Colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale.


Si è capito, quindi, che Holden da grande vuole acciuffare i bambini che precipitano dai campi di segale, ma per farlo occorre un catcher, ossia un cacciatore, che non è quello caro alla nostra immaginazione, il salvatore di cappuccetto rosso, per intenderci, bensì un ruolo nel gioco del baseball. Il catcher è colui che munito di guantone sta accovacciato sull'erba a intercettare i bolidi scagliati dal lanciatore. Ovviamente il desiderio di Holden sia sarà irrealizzabile, ciononostante è questa la propria ambizione, afferrare e salvare gli innocenti. Una delle tante spiazzanti considerazioni che saltano fuori, quando meno ce lo si aspetta, dal libro.
Ma chi è esattamente Holden Caulfield? Non è facile raccontarlo, perché è difficile capirlo pure se lui si sforza per oltre duecento pagine. Si inizi intanto con il dire che è un ragazzo di sedici anni, di fresco espulso dall'ennesimo college per scarso rendimento e dove i benestanti genitori vogliono che studi. L'esperienza vissuta si svolge a un anno di distanza da quando accaduto. È la vigilia delle vacanze di Natale, data la cacciata l'accigliato Caulfield decide di preparare le valige, ma non per tornare a casa. Con qualche dollaro in tasca sceglie di vagabondare per New York, intende ritardare l'incontro con il padre, anche se non è il profitto scolastico o il confronto con i propri cari a renderlo inquieto. Giunto in città trova alloggio presso un hotel di bassa categoria e, in buona sostanza, il romanzo finisce qui. La trama si consuma con questo adolescente ribelle e scorbutico che passeggia senza meta nelle gigantesche strade della "Grande mela", trascorrendo le mattine a Central Park, telefonando e incontrando amici e sbronzandosi in night di terz'ordine. Non è un libro di avvenimenti questo, è un libro di riflessioni, di monologo interiore, un lungo e instancabile monologo sputato fuori dai denti di chi sente di diventare uomo, ma in una società indifferente che lo disgusta.



Che l'addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no, ti senti ancora peggio.


Percepisce l'approssimarsi dell'età adulta fatta soltanto di falsità e apparenza, criticando violentemente la benpensante società americana tanto distante da un mondo basato sulle amicizie, gli affetti e la sincerità.
Holden nei giorni di peregrinazione, di cosciente necessità di solitudine si confonde nel disordine metropolitano e osserva, fissa, scruta ponendosi domande, apparentemente non esistenziali, magari minime, ma che annunciano l'immenso universo che custodisce nell'ombrosa anima di sedicenne. La vera abilità, il talento puro che lo distingue dal mucchio umano che lo circonda è nel notare quanto agli altri sfugge, l'interrogarsi sul piccolo, sul micro, sull'invisibile mostrando una rara sensibilità d'animo. L'interrogativo che lo lascia in un'irrisolta perplessità è forse la domanda più celebre, ma meno spiegata della letteratura del Novecento:



In inverno che fine fanno le anatre di Central Park?


Seppure lecita, seppur con un senso, resta e resterà una domanda senza risposta, di quelle insolute che irritano, che lasciano d'umore scontroso, ma non verso sé stessi e neppure verso la vita, piuttosto verso qualcosa di invisibile e irrisolvibile. Holden, in fondo, risente molto dell'anima del proprio autore che con quest'opera conobbe un'enorme popolarità fin dalla prima pubblicazione. I nuclei tematici della scrittura di Salinger, infatti, sono la descrizione dei pensieri e delle azioni e il disgusto per la società borghese e convenzionale. Lui che dal 1953 ridusse i rapporti umani fino a vivere praticamente da romita. Lui dalla natura schiva e introversa, che in oltre mezzo secolo rilasciò rarissime dichiarazioni e che dal 1965 fino alla morte, nel 2010, non pubblicò altro, né apparve in pubblico.
Sono trascorsi cinquant'anni dalla data di pubblicazione del Giovane Holden, ma quell'aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, è ancora efficace e provocatoria quanto basta. L'"infanzia schifa" e le "cose da matti che mi sono capitate sotto Natale", narrate con quella voce spiccia e senza fronzoli continuano a dire, molto più di quanto già non dicano. Tra le tante domande verrebbe voglia di aggiungerne un'altra: Perché è arrabbiato Holden? Come probabilmente non sapremo mai dove migrano le anatre di Central Park, forse non sapremo neppure il motivo di tanta rabbia, ma magari nella sua rabbia, abbiamo trovato, e continuiamo a trovare, anche molta della nostra.




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