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Valorizziamo il capitale umano... ma poi il Ministro dice: "Non ci sono soldi"

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Andrea Lijoi

28-04-2012

La formazione del "capitale umano" è da tempo una colonna portante del processo di sviluppo di ogni paese. Lo è naturalmente a maggior ragione nella nostra epoca caratterizzata dalla società della "conoscenza".
In Italia, al di là del retaggio di terra di cultura e delle eccellenze individuali nel campo della ricerca, oggi per lo più costrette all'emigrazione, tale assioma non ha avuto piena applicazione. Nel corso del precedente governo si è stati costretti ad assistere ad uno storico indiscriminato taglio della vitale foresta dei presidi e delle risorse dell'istruzione e della cultura, deforestazione passata burlesquemente come "riforma", pur mantenendo la lauta "spesa" a favore dei partiti che adesso si può vedere a quali fini è destinata.
Nel campo dell'istruzione e della formazione in genere, il gap con gli altri paesi europei è costantemente aumentato e si può dire che in ultima analisi ancor prima di superare del tutto l'handicap dell'analfabetismo ci si trova a dover affrontare quello di ritorno, per non parlare dell'analfabetismo linguistico verso l'inglese in particolare, diffuso in ogni ambito e ceto sociale.
Anche e soprattutto in considerazione della grave crisi in atto non si sa per quanto tempo ancora, quindi, l'Italia resterà indietro negli indicatori della spesa per l'istruzione rispetto al PIL, che oggi è ferma al 4,6% rispetto al 5% della media europea, della percentuale di 30-34enni con titolo terziario (diploma-laurea, ISCED 5 e 6), che oggi è solo del 20% rispetto al 45% di molti altri paesi europei, dell'allarmante fenomeno degli abbandoni scolastici, per cui 1 su 5 è senza diploma, della svalutazione dei titoli di studio, per cui 1 su 5 laureati o diplomati svolge lavoro sottoqualificato.
Le aule dedicate all'istruzione sono vecchie di cinquant'anni se non più, cadenti e intasate fino all'inverosimile a causa dei "tagli", ragione per cui ogni giorno sulle piazze – reali o virtuali – studenti, genitori ed insegnanti ne manifestano l'assurda situazione.
Il principio della quantità ha prevalso su quello della qualità proprio nelle sedi dell'apprendimento e del sapere, facendo intendere che si tratta solo di "scuola di massa" da sfoltire, e non già della conquista dell'apertura a tutti del diritto all'istruzione sancito in Costituzione. La separazione tra scuola e mercato del lavoro non si è riusciti a colmarla nemmeno nell'area della formazione professionale o dell'alta formazione.
Nel campo della ricerca, a parte alcune isole di eccellenza che preparano risorse per i laboratori stranieri, il nostro paese primeggia nella graduatoria di chi investe e crede meno nell'innovazione. La fabbrica del sapere e della conoscenza ha dovuto fare i conti con l'anomalia italiana di un accentuato dualismo pubblico-privato in cui hanno prevalso gli stilemi delle didattiche-dottrine anacronistico-confessionali.
Il paradosso, ma anche il portato delle nostre carenze, compresa la formazione della classe dirigente, è che nell'emergenza abbiamo dovuto rivalutare il ruolo dei professori chiamandoli a governarci e facendoli penare per trasformare una classe di discoli in allievi modello. Che non sia facile il compito dei professori lo rivela il ministro del MIUR Profumo, che ammette di non poter cambiare la "riforma" Gelmini ma solo aggiustarne dei meccanismi. "Ho pensato di oleare i sistemi così come sono perché non credo nelle continue riforme, ma sul fatto che si possono far funzionare meglio le cose che esistono", ha dichiarato in Febbraio facendo il bilancio dei primi cento giorni al ministero.
Il 21 Aprile a Torino, al Convegno sulla scuola della Conferenza episcopale piemontese, ha tenuto a confermare l'approvazione del decreto sulla ripartizione dei fondi per la scuola privata (con presenti i sindacati di base della scuola che hanno ribadito con forza il no allo smantellamento dei servizi pubblici a favore dei privati!) e ha annunciato per dopo l'estate la convocazione della Conferenza generale sullo stato della scuola per disegnare con i migliori contributi la scuola del futuro.
Non c'è da dubitare sulle buone intenzioni del ministro Profumo, ex rettore del Politecnico di Torino ed ex presidente CNR, che pensa alla scuole come "centri civici aperti dalle 8 alle 23" e ribadisce l'esigenza del rapporto tra scuola, università e impresa come "patto a tre per rilanciare il Paese". Né si sottovalutano l'inversione di logica nel pensare ad "una scuola dove i ragazzi siano liberi di muoversi, distribuiti diversamente, più interattivi e dotati di tecnologie" o il sostegno al pionieristico progetto di "internazionalizzazione" del Politecnico di Milano, dove dal 2014 si terranno i corsi specialistici e i dottorati solo in inglese o ancora l'intesa con il ministro degli Esteri sul progetto "crowdsourcing" per poter usufruire attraverso la rete del contributo scientifico dei "cervelli in fuga".
Resta il fatto che il governo Monti è a termine (normale, in tempi di precariato) e non c'è tempo per realizzare i sogni, ma soprattutto non si possono celebrare le nozze con i fichi secchi perché, come dice lo stesso ministro: "Non ci sono i soldi".


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