










08-07-2012

L'appoggio convinto al governo Monti non è stato mai messo in discussione dal Pd. Fin dal suo insediamento, onde evitare il baratro economico e finanziario e consentire il ripristino della dignità dell'Italia, che era stata gravemente appannata dal governo precedente. Alla vigilia dell'incontro del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, tale sostegno si è ulteriormente rafforzato. Una fiducia che nei momenti più acuti e decisivi non è venuta mai meno. Ciò non smentisce, anzi conferma, la coerenza del Pd che su singoli provvedimenti e su un consistente numero di materie, il suo comportamento nei confronti del governo nel suo insieme e dei singoli ministri in particolare, continua ad essere assai critico, specie sull'equità, il lavoro e la ripresa economica.
Il governo dei professori, nato da un'emergenza che è ancora sotto gli occhi di tutti, si è potuto reggere grazie all'intuizione e al ruolo straordinario svolto dal Presidente della Repubblica e dalla responsabilità assunta dal Pd. Le altre forze politiche, ad eccezione dell'Udc di Casini, hanno chi più chi meno lavorato per logorarlo.
Il Popolo della Libertà è da lungo tempo alle prese con un'erosione inarrestabile di consenso e con le pulsioni di rivalsa del Cavaliere che vuole ritornare a riappropriarsi dello scettro del comando. Pur facendo parte della maggioranza, il suo atteggiamento non è stato mai lineare. Ha prevalso la ragione di partito piuttosto che le ragioni generali che mettessero a riparo il nostro paese e l'Europa da una nuova ondata di speculazioni finanziarie, dello scetticismo dei mercati e degli investitori che ci avrebbero fatto avvicinare, più che allontanare, all'orlo del cratere.
L'Italia dei Valori, schierata apertamente all'opposizione, non fa mistero né va tanto per il sottile quando decide di sferrare i suoi attacchi all'indirizzo di questo Governo. E lo fa in maniera singolare, cercando non di colpire direttamente l'operato del governo in quanto tale, ma chi lo ha fatto nascere e sostenuto in questi setti mesi. L'ultimo intervento di Di Pietro in Parlamento nei riguardi del Capo dello Stato, chiamato in causa sulla vicenda della trattativa tra mondo politico e Cosa Nostra, che ha visto protagonista l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, ne è una prova inequivocabile.
Da parte sua la sinistra, in primo luogo Sel, che non è presente in Parlamento, è in netta contrapposizione con governo e maggioranza. Fra le sue ragioni vi è quella, insieme a Di Pietro, di contendersi l'elettorato sempre più deluso della politica che si sta via via spostando sul movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo.
La Lega, che ha eletto il nuovo segretario senza la benedizione del vecchio, per recuperare il dimezzamento delle sue forze e il tracollo alle amministrative, dichiara di non volere sentire parlare di Roma ma nemmeno dell'Europa. Intanto resta ancora l'alleato di Formigoni, ma non ancora del Popolo delle Libertà cui chiede di non fare più parte dell'attuale coalizione.
Se questo è il quadro che ne viene fuori, il problema delle alleanze si presenta estremamente difficile. Soprattutto per il Pd. Perché il Pd ha mostrato maggiore responsabilità rispetto agli altri, sostenendo le prove più delicate fino alla missione di Monti a Bruxelles. Il più delle volte la responsabilità non coincide con il proprio tornaconto. Ma la coerenza alla lunga paga sempre.
Bisogna dare atto alle capacità politiche dimostrate dal Premier Monti nel "meeting" dei ventisette paesi europei e il modo con cui ha saputo confrontarsi con i partner maggiori, in primis con la Cancelliera Merkel, riuscendo a portare a casa risultati molto importanti. A differenza di altri summit andati a vuoto o conclusi quasi sempre in maniera interlocutoria, questa volta il proposito di fissare dei paletti e rendere concrete le sue proposte e le sue richieste, che poi si sono rivelate utili anche per l'Eurozona – senza che nessun dei suoi membri ne venisse danneggiato – compresa la stessa Germania, ha fatto premio. Ha contato molto l'asse con Napolitano, quando, prima del vertice, la maggioranza anomala che sostiene il governo sembrava sul punto di rompersi e la destra, capeggiata dal redivivo Cavaliere, era tentata di scommettere sul tanto peggio spostando il caos del proprio interno nel caos del Paese con la conseguente crisi di governo e le elezioni anticipate ad ottobre.
Ma ha anche contato l'appoggio incondizionato del Pd che oltretutto è servito a scongiurarle. Dissociandosi da Di Pietro, da Vendola, da parti consistenti del Pdl, dalla Lega e, sull'onda a lui favorevole, anche da Grillo che ciascuno di loro reclama, insistentemente, in ogni momento.
Stando così le cose pare che l'alleanza migliore sia quella che sta emergendo in questi giorni fra Pd e Udc. Afferma Bersani: "Da un lato bisogna stringere sul fronte progressista e dall'altro intensificare il dialogo con le forze moderate in vista delle prossime elezioni".
Da parte sua Casini dichiara: "Serve un patto con il Pd per salvare l'Italia". In questo senso le reazioni di bocciatura da parte Di Pietro e quelle di Vendola, anche se differiscono nel contenuto e nella forma, non possono che essere prevedibili.
E' tuttavia utile ricavare qualche riflessione. Per quanto riguarda la prospettiva, può valere il giudizio di Enrico Letta che, all'interno del Pd, sembra raccogliere maggiori favori, quando dice che "Vendola in questi anni ha dimostrato di stare dentro il disagio sociale del Paese e nello stesso tempo di essere capace di dare soluzioni di governo, guidando una regione importante come la Puglia. Di Pietro non è invece in sintonia con questo tipo di obiettivo, sia per il suo approccio anti istituzionale e sia per il carattere aggressivo della sua azione politica". Per il passato, la considerazione che ci sentiamo di fare è la seguente: non dobbiamo mai dimenticare che Prodi è caduto per ben due volte a causa dell'atteggiamento assunto da alcuni esponenti del partito in cui Vendola era parte dirigente, anche se non di primo piano. C'è da aggiungere che quando si parla di alleanze bisogna costruire una proposta ed essere in grado di esibirla con chiarezza, senza ambiguità e senza tentennamenti, evitando gli errori delle esperienze già fatte con l'"Unione" o situazioni analoghe.
Non c'è dubbio che per lavorare ad una coalizione di centro sinistra di governo occorre tener presente che il Pd non potrà che essere il baricentro dell'alleanza e, al tempo stesso, considerare Casini e Vendola due protagonisti con cui aprire una fase costituente nella prossima legislatura. Ma guardando a quella che sta per concludersi bisogna, al più presto, mettere mano alla legge elettorale che la maggior parte dei parlamentari e dei cittadini reputano doppiamente scandalosa: sia per essere stata approvata e sia per non essere ancora stata riformata.