










22-07-2012

Le notizie che ci giungono dal fronte economico e finanziario non sono per niente rassicuranti. Il cosiddetto fondo Salva Stati, cui l'Italia partecipa con una quota assai consistente e al quale Monti per ora non intende ricorrere, non potrà essere utilizzato dai Paesi che ne hanno urgente bisogno. Per la presenza di due ostacoli. Primo, perché pendono alcuni ricorsi davanti alla corte Costituzionale tedesca, che si riunirà il 12 settembre prossimo; il secondo è che la Merkel non vuol sentire parlare di aiutare chicchessia senza alcun controllo preventivo sullo stato economico dei possibili richiedenti. Mentre lo spread italiano dei titoli decennali corre verso quota 500 e quello spagnolo a 560. Le immagini dei telegiornali che aprono con gli scontri fra i dimostranti e polizia a Madrid ricordano quelle che abbiamo visto scorrere ad Atene qualche mese fa. Sembra si stiano manifestando i prodromi di una situazione fuori controllo.
Stando così le cose, sarà difficile scongiurare un'ondata speculativa che investirà ancora più pesantemente la Spagna e l'Italia, con una l'Eurozona del tutto impreparata. L'approssimarsi di agosto – il mese più insidioso per i mercati – come è capitato lo scorso anno, in cui si è toccato il punto più acuto della crisi economica, desta ulteriore allarme. Per questa ragione il nostro governo ha voluto presentarsi, all'incontro dell'Eurogruppo del 20 luglio, con i provvedimenti, già passati al Senato, definitivamente approvati. Noi, come sempre, i "compiti a casa" continuiamo a farli con scrupolo. Ma questo importa poco se poi, sottoposti ad un vertice europeo, ritenuto decisivo e celebrato come un grande successo politico per l'Italia, nel giro di pochi giorni arriva il declassamento del nostro debito sovrano da parte di Moody's, cui fa seguito dopo una settimana il taglio del rating di dodici banche, dieci società e aziende importanti, come le Poste e la Acea, ventitré istituzioni fra enti locali e regioni del peso di Lombardia e Lazio. Poco importa se vengono compiuti sforzi estremi di risanamento, da tutti apprezzati. Malgrado tutto, il rischio di perdere l'accesso al mercato è concreto.
Ci sono fatti oggettivi, come il debito pubblico che viaggia verso i 2.000 miliardi di euro, pari a 126,4 per cento del Pil che, nel 2012, decresce dell'1,9 per cento secondo l'FMI e del 2,4 secondo il presidente di Confindustria, mentre, nel 2013, la contrazione sarà -0,3 per cento. Ciò vuol dire altra disoccupazione e altra povertà. Ma ci sono anche aspetti soggettivi, come il voto del 2013, che suscita incertezza per gli investitori. Di fronte ad un mix di oggettività e di soggettività, quel che emerge è un senso di spaesamento ed impotenza. L'Italia, la Spagna e la Grecia, insieme a Portogallo e Irlanda, sono sempre più oggetto degli attacchi dei mercati finanziari e della speculazione. Sebbene siano stati decisi opportuni strumenti come il fondo Salva Stati, le Istituzioni europee fanno di tutto – con le loro vaghezze ed esitazioni – per renderli inefficaci. Vengono frapposti mille cavilli ed impuntature (pur in presenza di una piena recessione, prevale la linea dura del rigore voluta dalla Cancelliera tedesca) impedendo così di mettere al riparo i paesi più esposti ad un possibile fallimento, e al sicuro l'Euro dall'essere l'epicentro di una tempesta finanziaria.
Qualche giorno fa Mario Deaglio scriveva sulla Stampa che "l'Europa non è certo un malato immaginario. Altrettanto sicuramente, però, mostra una sorta di perversa soddisfazione a parlare in continuazione dei propri mali, a girarci attorno, a convocare riunioni con lo scopo di cambiare tutto per scoprire due settimane più tardi di non aver cambiato nulla; il «vecchio continente», insomma, si scopre davvero vecchio e soggetto ad attacchi di ipocondria".
Anche la lettura dell'attuale crisi europea finisce in larga parte per essere fuorviante.
E' vero che vi sono Paesi che hanno speso troppo, al di sopra dei propri mezzi. Ma non è la riduzione della spesa pubblica a farci uscire dalla crisi. O, ancora peggio, le politiche dell'austerità magari combinate con misure di emergenza. Si è visto che gli interventi ipotizzati nel vertice di fine giugno non sarebbero stati sufficienti a fronteggiare il pessimismo indotto dagli effetti pesanti dell'austerità su produzione e occupazione. Questo nel breve, ma anche nel lungo periodo la sofferenza del sistema produttivo rischia di provocare fenomeni di desertificazione industriale e la perdita irreversibile di quote di mercato, soprattutto da parte delle imprese efficienti che hanno difficoltà di accesso al credito. Così come la carenza di risorse destinate alla formazione – responsabile della produzione e riproduzione delle competenze – avrà effetti di lunga durata. Ciò vale anche per la riduzione dei bilanci pubblici. E' difficile spiegare come tale riduzione possa consentire il superamento dei limiti "strutturali", del nostro Paese come per esempio la lotta all'illegalità.
Strettamente collegata ai problemi appena evidenziati è l'individuazione della crisi europea, finora considerata come manifestazione delle difficoltà di non essere riusciti a far convivere sovranità nazionale, democrazia e integrazione economica, intesa quest'ultima come integrazione dei mercati dei capitali. Ora il compito è quello di venir fuori da questo ciclo, durato un trentennio, che ha subordinato l'economia reale alle esigenze dell'integrazione finanziaria, relegando la politica in posizione subalterna.
Il nostro Paese potrebbe giocare un ruolo decisivo in questo senso. Se non altro per non cedere all'angoscia degli spread e dei rating.