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Default Sicilia, le dimissioni di Lombardo sono un passo necessario (ma basterà?) per porre fine alle tante "anomalie" isolane

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Filippo Piccione

31-07-2012

Già Lombardo, il presidente dell'Ars, l'Assemblea Regione Siciliana, aveva annunciato le sue dimissioni dall'incarico entro il 31 luglio, confermate nell'incontro a Palazzo Chigi. Non si è capito perché il presidente del Consiglio dei ministri Monti lo aveva sollecitato a farlo subito. L'unica ragione, il bilancio della Regione che, contrariamente all'opinione del governatore, è sull'orlo del fallimento (meglio dire in deficit strutturale) la cui principale causa è da ricercare nella sua cattiva conduzione e della sua giunta.
Ma le cause "strutturali" della crisi non sono soltanto queste, sono politiche. Non perché il dissesto economico e finanziario della regione siciliana non esista o sia irrilevante. "La pagina triste del governo Lombardo", che ha avuto l'appoggio del Pd e dell'Udc, è stata scritta con l'inchiostro indelebile delle gravi degenerazioni burocratiche e clientelari che hanno creato nel tempo buchi incalcolabili e che in queste settimane vengono scavati più in profondità dallo stesso Governatore nominando e promuovendo galoppini a lui vicini in vista di una campagna elettorale alla quale intende partecipare.
Vi sono molte analogie con la Grecia. Ma con una specificità tutta siciliana. "L'utilizzo disinvolto delle assunzioni pubbliche sotto forma di precari, di forestali, di corsi di formazione che non hanno mai formato nessuno". E una quantità esorbitante di dirigenti e sotto dirigenti, funzionari e sub funzionari sopra pagati con liquidazioni d'oro e prerogative scandalose: un modello che ha creato quattro o cinque miliardi di euro, l'equivalente della prevista riduzione di spesa da qui al 2014.
Un sistema che ha dilaniato il tessuto politico, economico e sociale di questa terra, rendendola incapace di reagire contro l'incombente immobilismo. Possiamo però dire che la Sicilia sia tutta così? Sappiamo che esistono lavoratori, imprenditori e professionisti onesti che amano fare legittimamente il loro mestiere e che forse non hanno la forza sufficiente per isolare o neutralizzare chi ha causato una situazione di quella portata e dimensioni. Magari agendo in combutta con la malavita organizzata che, "inabissandosi", controlla pezzi consistenti dell'economia e della società. Non c'è rapporto fra la contestazione che potrebbe essere messa in atto da alcune categorie sane della regione e la parte che ha avallato questo stato di cose, di cui la classe politica siciliana si è fatta promotrice, interprete e protagonista. Rispetto alla quale, è opportuno aggiungere, quella nazionale ha mostrato indifferenza e, in alcuni casi e per certi versi, addirittura compiacenza.
Adesso l'oggetto dello scontro non è come superare il "rischio Grecia", ma se l'autonomia statutaria della regione sia ancora valida. Non c'è dubbio che lo statuto speciale, per un malinteso senso di applicazione, abbia acuito gli effetti nefasti di una autonomia senza controlli né responsabilità. A questa autonomia alcuni imputano tutte le nefandezze e i disastri degli ultimi venti anni, altri, viceversa, continuano a difenderla con sempre maggiore intransigenza, ritenendola la forma più avanzata di democrazia e di progresso.
La questione non è di metterne in discussione l'ordinamento, previsto peraltro dalla Costituzione, ma di come – e da chi – dopo l'era lombardiana verrà governata la regione. E' vero che sono importanti e persino urgenti, come per l'assetto nazionale, alcune riforme istituzionali, ma molto dipende dalla politica. E' la sua azione che determina e influisce sulle condizioni sociali ed economiche di una comunità. La crisi che viviamo oggi deriva o da un'assenza della politica, come si avverte nella zona euro, o dalla mala politica, come si verifica in ampie zone e regioni del nostro Paese.
Sono già in corso, in attesa delle dimissioni del presidente della giunta siciliana, le prime prove tecniche per dare vita a nuove alleanze. Un esperimento in tal senso, sebbene di dimensioni più circoscritte, è andato a buon fine a Marsala; un centro del trapanese, dove nelle recenti elezioni ha vinto un sindaco dell'Udc, Giulia Adamo, che ha scalzato la giunta di centro destra. Grazie ad un accordo con il Pd – che a Palermo aveva fino a qualche mese sostenuto Raffaele Lombardo – Marsala potrebbe essere la prova generale di ciò che accadrà in Sicilia ad ottobre, quando bisognerà rinnovare il Consiglio e la Giunta regionale. Per l'Udc e il Pd sarà un test importante per le elezioni politiche del 2013.
Si deve ancora trovare un candidato governatore; si fanno alcuni nomi, fra cui l'ex sindaco antimafia di Gela, Crocetta, che raccoglie il consenso di Sel e Idv. Egli si dichiara disponibile a presentarsi in quota Pd. Ma il tragitto è molto accidentato perché in campo scenderanno altri personaggi per le primarie di coalizione. Non manca chi reclama un programma prima di fare i nomi e sostiene che bisogna offrire un'alternativa ai siciliani, prima di scegliere il "premier". Tutte richieste sensate, che potrebbero rappresentare una svolta se fossero però suffragate da un'autentica volontà di cambiamento in una terra martoriata da tante angherie e violenze che non merita e non avrebbe meritato. Non sappiamo ancora se della partita farà parte anche l'Mpa (il Movimento per l'Autonomia) di Lombardo, ma al momento pare sia escluso dal programma dell'alleanza che si propone di governare la Regione siciliana. Ma, visti i precedenti, nulla può essere escluso a priori.

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