:: POLITICA ::
Arriva un agosto di fuoco: lo può superare un'Europa solidale, oppure ognuno tornerà sconfitto a casa sua

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Marco Stirparo

31-07-2012

Come ogni anno, il nostro piccolo giornale si concede una pausa estiva. L'agosto però si annuncia rovente, e non solo per le temperature misurabili con una colonnina di mercurio. Come già avvenne l'estate scorsa, anche quest'anno si sta alzando una battaglia sui tassi di interesse dei debiti sovrani (cioè sui titoli di Stato) europei. Forse approfittando di un periodo di minori attività sul mercato, sono previste grandi manovre di alcuni speculatori mondiali all'attacco dei paesi più esposti dell'Euro, la Spagna e l'Italia. La Grecia, da parte sua, sembra non essere in grado di superare da sola il tracollo economico e avrebbe bisogno di un aiuto esterno, ma non di quello che Fmi e Ue le stanno offrendo, condizionato a misure iper-recessive e al licenziamento di migliaia di lavoratori pubblici.
Dal Fondo Monetario sono al contrario uscite alcune indiscrezioni sull'intenzione di "abbandonare" la Grecia non concedendo nuovi prestiti. Dalla Ue la voce non è stata commentata, ma ovviamente ha destato molte preoccupazioni. Non si capisce come mai solo un mese fa il mondo finanziario era così contento per la vittoria elettorale di quelli che avevano falsato i conti greci, portando il paese al collasso, ed oggi...
In questo contesto, desta qualche speranza, con un piccolo "rimbalzo" verso l'alto delle borse europee, la forte presa di posizione del governatore della Bce, Mario Draghi, che ha dichiarato: "Nell'ambito del nostro mandato, la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi: sarà abbastanza". Il giorno seguente, la Bundesbank ha fatto sapere di non essere d'accordo su uno "spreco" di risorse per acquistare titoli spagnoli o italiani, mentre il governo tedesco assieme a quello francese appoggiava Draghi, con una dichiarazione pienamente assonante: "Pronti a tutto per salvare l'euro". Insomma, l'altalena di "stop and go" di istituzioni e governi europei non si interrompe, ma la Bce stavolta sembra voler dimostrare di aver perfettamente chiaro cosa si sta giocando e di essere pronta a mettere tutte le sue forze in gioco per salvare la moneta europea.
In Italia, intanto, la situazione dei conti pubblici si complica. La spending review del governo, pur partendo da un'esigenza di risparmio e da un'evidenza di sacche di spreco assolutamente inconfutabili, aveva alcuni aspetti assolutamente irrazionali e negativi che sono stati in parte corretti in Parlamento. Non è chiaro però quale sia l'efficacia "residua" del provvedimento in termini di risparmio, visto anche l'emergere di situazioni di drammatico rosso da parte di numerosi enti locali (che in questi anni hanno peraltro visto ridursi drasticamente i trasferimenti dallo Stato), regione Sicilia in primis.
In questo contesto economico, il ritorno di Berlusconi suona come lo scontato titolo di un pessimo B-movie. I suoi effetti non hanno tardato a prodursi: l'improvviso voto del Senato a favore di una modifica costituzionale a maggioranza Pdl-Lega (che capovolge la proposta che aveva superato un'ampia discussione parlamentare), riedizione delle "grandi riforme" già bocciate dagli italiani nel referendum nel 2006, è stato il preludio all'annuncio di una riforma elettorale che si vuole approvare a maggioranza (cioè senza ascoltare il Pd) per favorire i soliti furbi del "porcellum". E' l'eterno ritorno di riflessi condizionati ormai incancreniti nel ventennio berlusconiano, ma oggi stiamo attraversando una crisi in cui tutti questi giochetti possono costarci caro.
Anche il centro sinistra appare però quanto mai in difficoltà: il Pd sostiene Monti anche se non ne condivide del tutto molte iniziative; Sel fa opposizione in modo critico, ma senza compromettere i rapporti politici a sinistra; Di Pietro invece, registrando anche diverse resistenze nell'Idv, annuncia la rottura del centrosinistra, pensando all'alleanza con Grillo, che però rifiuta l'approccio. Nel Pd qualcuno gioisce delle "sparate" dipietriste, puntando strumentalmente a sostituire l'Idv con l'Udc, ma senza rendersi conto che se è vero che con Di Pietro non si riesce più neanche a discutere, lo è altrettanto il fatto che l'elettorato dell'Idv è orientato al centrosinistra, anche se con un'attenzione maggiore ai temi etici piuttosto che a quelli sociali. Gettare in questo modo il Pd "in braccio" a Casini sarebbe un errore: è auspicabile una alleanza con il "centro", con forze politiche e sociali "moderate" e non populiste, ma non per "annacquare" un impianto fortemente riformatore della prossima legislatura. Al contrario, se la prossima sarà come necessario una legislatura di ricostruzione di un patto civile tra forze produttive, mondo del lavoro, associazioni, occorrerà una maggioranza forte ma capace di avere con il Paese un atteggiamento di ascolto e di confronto.
Le tensioni finanziarie e le difficoltà economiche internazionali lasciano però sempre più spesso spazio a tentazioni di chiusura nazionale, dichiarazioni estemporanee ma tutt'altro che innocue: da Grillo a Berlusconi è un profluvio di battute sull'uscita dall'euro, o proposte di default pilotato, o entrambe le cose (molto probabilmente non potrebbero che avvenire insieme). Si tratta di situazioni cui potremo effettivamente arrivare se la speculazione internazionale riuscirà ad avere la meglio, ma è difficile pensare che sia desiderabile il fallimento del Paese. In primo luogo potrebbero essere colpiti i lavoratori statali ed i pensionati; inoltre, il fallimento di banche e le difficoltà finanziarie che arriverebbero in cascata non potrebbero che ricadere sull'andamento generale dell'economia, quindi su tutti i lavoratori dipendenti e autonomi; difficilmente, poi, potremmo raccogliere a breve investimenti esteri che nell'economia capitalista in cui viviamo sono linfa vitale.
Ma l'aspetto più importante, che si trascura di più, è che l'abbandono dell'euro sarebbe una catastrofe politica. Quell'idea cresciuta dalle ceneri di due catastrofiche guerre mondiali subirebbe la sanzione storica del proprio fallimento, un ritorno di rancori ed inimicizie con il reciproco rinfacciarsi delle responsabilità tra i popoli del nostro continente.
Senza un moto comune dei paesi europei, una forma di condivisione e solidarietà che i governanti hanno forse finto di avere ma che in questi anni hanno dimostrato al contrario di non possedere, non si riuscirà a completare il progetto di Unione Europea. In alcuni paesi, come in Francia, la consapevolezza che sia il momento di giocare il tutto per tutto, rinunciare a parte della propria sovranità per costruire qualcosa di più ampio e forte, si è vista con la vittoria di Francois Hollande su un programma europeista e di contrasto degli egoismi personali, nazionali e dei grandi capitali. Questo è anche il compito del centrosinistra e del Pd in Italia. Occorre mettere in campo una consapevolezza nuova, altrimenti arriverà una devastante sconfitta dell'europeismo, con il ritorno di egoismi e populismi che sarà difficile contrastare sulle rovine dell'euro e del sogno di un'unica cittadinanza per i giovani europei.

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