:: LETTERE ::
Troppo invadenza dalle "prefazioni"? A volte sì, ma un'angolazione nuova può interessare anche al lettore

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Dario Pontuale

12-10-2013

Pubblichiamo una riflessione di Dario Pontuale (che su questo giornale scrive la rubrica "Alla ricerca del classico perduto"), apparsa recentemente anche sul Sole 24 Ore.

In merito all'articolo apparso sull'inserto domenicale del primo settembre, riguardante l'importanza delle prefazioni nei libri, mi trovo in parziale disaccordo con l'autore Carlo Rovelli.
Ritengo le prefazioni, soprattutto se scritte con appropriata competenza e scientifica esattezza, essere un prezioso valore aggiunto per una migliore comprensione del testo. Condivido con Rovelli il fastidio per quegli scritti preoccupati soltanto di incensare l'autore o l'opera, oppure di svelare particolari nevralgici della trama o, ancor meno tollerabile, perdentisi in una selva terminologica esageratamente artificiosa. Ciononostante confido nell'utilità delle prefazioni e, pur guardando con interesse all'approccio anglosassone, lo reputo pericolosamente elitario, perché rischia l'esclusione di quei lettori privi di una formazione letteraria adeguata o meno propensi all'impegno interpretativo. Ammesso, inoltre, che ogni lettore abbia una formazione capace di intelligere individualmente un'opera, non ritengo poi troppo nocivo potersi avvalere di un'interpretazione diversa dalla propria che, magari, offre nuovi spunti di riflessione. Non è questione di sfiducia culturale, semmai di pertinente approccio alla materia. Non è questione di coatta interpretazione, semmai di ulteriore angolazione di analisi. Dare più strumenti possibili non è mai stato un peccato, soprattutto quando si è liberi di non adoperarli. Fornire informazioni precise e oggettive al lettore permette una maggiore comprensione del testo, dell'autore e del quadro storico e sociale, senza certamente rievocare lontane reminiscenze crociane, marxiste o hegeliane. Leggere Joseph Conrad senza sapere nulla della sua vita trascorsa in mare oppure sfogliare John Steinbeck senza conoscere alcunché della "grande depressione" americana è un po' come fare una passeggiata guardando soltanto la strada.
Se la prefazione è priva di imposizioni didattiche e scevra di piaggerie o smodate celebrazioni, professando un onesto quanto sincero invito alla lettura, l'ostacolo sarà superato e ogni minaccia di intermediazione svanirà. Soltanto così il lettore non vivrà in maniera vincolante il proprio lavoro interpretativo, sarà libero di assecondare le personali suggestioni, restituendo alla prefazione quel ruolo di garbato strumento quale è. Detto questo, però, appare evidente che il vero nodo in esame non sia l'utilità della prefazione, bensì la professionalità e la preparazione dei prefatori. Quindi il vero interrogativo da porsi non è su quale significato abbia oggi una prefazione, ma su quale siano le vere finalità con cui dovrebbe essere redatta. Finalità che dovrebbero essere, prima di ogni cosa, oneste e disinteressate.


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