:: LETTERE ::
Partito dei militanti, degli iscritti o degli elettori? Bisogna discuterne adesso

Il Pd verso il Congresso

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Luigi Agostini

20-10-2013

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un contributo di Luigi Agostini al dibattito sui modelli di Partito, quanto mai attuale alla vigilia del congresso del Pd

Militante, Iscritto, Elettore. In un testo ormai classico, così M. Duverger distingueva le figure-chiave del partito politico moderno. Schematizzando, in un organismo a cerchi concentrici – tale è un Partito – il militante rinvia alla scelta di una Causa (libertà, egalitè, socialismo ecc. ); l'iscritto alla scelta di un Interesse (la terra a chi la lavora, ecc); l'elettore ad un Desiderio (non si interrompe un'emozione, ecc), elettore da conquistare con proposte convincenti o comunque accattivanti. Continuando nella schematizzazione, alla dominanza della prima figura corrisponde il partito di quadri, alla dominanza dell'iscritto, nella stagione migliore, il partito di massa. L'elettore, più che soggetto, rappresenta l'oggetto del contendere nello scontro tra i vari partiti politici. Nella realtà storica l'intreccio tra le tre figure è ovviamente molto più complesso, trapassando spesso ogni figura nelle altre, determinando varie combinazioni.
Lo Statuto del partito politico rappresenta comunque il luogo, in cui la combinazione trova il suo momento di definizione. La funzione dello Statuto sia come carta identitaria che come condensato strategico segna la storia delle organizzazioni politiche dell'ultimo secolo. La definizione dello Statuto ha sempre rappresentato un momento particolarmente significativo nella vita di una organizzazione politica, specie all'atto della fondazione. Il confronto sullo Statuto rappresenta perciò, per un Partito, la quintessenza della politica. Nella storia evolutiva del partito politico il passaggio dal partito di quadri al partito di massa – dal partito di militanti al partito di iscritti, pur definendo un nuovo equilibrio – non aveva mai cancellato la funzione del militante, aveva anzi messo la sua potenza e dedizione al servizio di una grande operazione di radicamento sociale e nazionale: la strana giraffa togliattiana in fondo non era altro che un partito di quadri annidato in un partito di massa. Il recente Statuto del Partito democratico rappresenta una novità assoluta: l'accento, tra le tre figure, viene spostato (articolo uno) principalmente sull'elettore, operando un drastico declassamento dell'iscritto, per non parlare della virtuale cancellazione del militante .
L'iscritto viene posposto all'elettore. Qui sta il fondamento del Partito del Lingotto, la pietra angolare del Partito Personale.
Il potere di decisione, nella sostanza, viene consegnato nelle mani dell'elettore. All'elettore viene riservata, infatti, l'ultima parola sulle funzioni fondamentali del partito, a partire dalla elezione dei suoi organi dirigenti, compreso il segretario generale. Ma l'elettore, senza scomodare l' Io desiderante di J. Lacan, è certamente la più labile e manipolabile delle tre figure. Cosa resta di un partito politico, se il suo segretario non è eletto dai militanti del suo partito, ma dagli elettori, dai telespettatori, da cittadini qualsiasi, che senza nessun vero discrimine politico, fondamentalmente sul binomio simpatia/antipatia passano davanti ad un gazebo? Cosa resta della dimensione culturale della politica? Come si formano e cosa contano i suoi dirigenti? Si è parlato di uno statuto confezionato dal dottor Stranamore, quasi a sottolinearne l'architettura particolarmente macchinosa delle scelte; a me sembra che la questione di fondo sia invece lo spostamento di accento e di poteri, operata dallo Statuto, sulla figura dell'elettore, e del modello di partito che ne deriva. Non si tratta, per chiarezza, della solita querelle tra grado maggiore o minore di apertura del partito alla società, ma della facilissima penetrabilità, fino alla eterodirezione dello stesso partito, da parte di forze esterne ed interessate: molle cera, plasmata facilmente dagli interessi esterni, o comunque sottoposta a facili incursioni dall'esterno.
La vicenda Grillo d'altra parte è illuminante. A ben vedere, lo spostamento del baricentro sulla figura dell'elettore ha almeno quattro conseguenze difficilmente contestabili.
A) "Elettoralizza" di rimbalzo anche gli atteggiamenti degli iscritti, innescando comportamenti clientelari da "padroni delle tessere" d'altra parte, come interpretare la corsa al tesseramento in occasione di momenti particolari come quello attuale del PD?
B) Spinge oltre misura verso la personalizzazione della politica, del partito come partito del leader, del partito personale, per cui la partecipazione politica si esaurisce nella elezione del capo.
C) Alimenta, invece che contrastarla, l'idea del "partito elettorale-istituzionale", del cartel-party, traiettoria che già due autori come Kats e Mayr nei loro studi sulla evoluzione dei partiti politici avevano individuato come caratteristica particolarmente negativa: l'essere tali partiti, anche di sinistra, diventati prevalentemente mediatori tra le risorse pubbliche e gruppi di interesse, esaurendo la loro vita in una attività semiparassitaria. Politici come faccendieri.
D) Alimenta una perenne competizione interna, da guerriglia di tutti contro tutti, in cui vengono bruciate gran parte delle sue risorse e, più frequentemente, le migliori, contribuendo in misura esponenziale a connotare la politica principalmente come intrigo, lotta di fazione. Una politica tutta cronaca e niente storia.
L'urto della grande crisi del capitalismo attuale, i suoi effetti di breve e lungo periodo, volenti o nolenti, costringe tutti a tornare ai fondamenti; ma il fondamento dei fondamenti della politica è rappresentato dal modello di partito. D'altra parte, è su questo che si stà concentrando il confronto nel Partito Democratico, dopo la crisi della segreteria di V. Veltroni e di P. Bersani, che, è bene ricordarlo, avevano ricevuto solo poco tempo prima una investitura personale senza pari.
Non c'è niente al mondo, contrariamente a quello che si crede, di più abbondante delle idee; quello che manca invece, è spesso una organizzazione, un partito, capace di ordinare le idee in un pensiero, e di questo fare materia di combattimento quotidiano. Il culmine della crisi del partito personale come risposta alla crisi del partito di massa, perché questo ci dice, nell'essenza, la crisi delle segreterie Veltroni-Bersani, mette la sinistra di fronte ad un bivio: l'amplificazione di quella che viene definita l'antipolitica – l'antipolitica è l'altra faccia del partito del leader – oppure il ritorno, mutatis mutandis, al modello classico di partito.
Al di là di tutti i sociologismi, contro la malattia montante dell' antipolitica, l'unico rimedio conosciuto consiste nella costruzione, nella rinascita del partito politico, con i suoi militanti, i suoi iscritti, la sua rete organizzativa territoriale e sociale, i suoi congressi, la sua battaglia delle idee, la fatica quotidiana della politica. Se non sai bene dove stai andando, recita un vecchio detto, fermati e chiediti almeno da dove stai venendo.


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