:: LETTERE ::
Dovete fare le riforme, ci dicono. Ma intendono: "controriforme"

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Giorgio Pierotti

27-09-2014

L'ultima – solo in ordine cronologico – è stata Christine Lagarde, del Fondo Monetario. Dovete fare le riforme per poter migliorare le condizioni della vostra economia. Ma è un coretto, tutti insieme o uno per volta, la canzoncina è sempre la stessa. Per avere gli investimenti bisogna fare le riforme, dice Mario Draghi, capo della Banca centrale europea. Meno rigidità sui conti per chi fa vere riforme, è l'opinione del nuovo presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker; ed in questo è del tutto in linea con il suo predecessore uscente Josè Barroso, che solo pochi giorni fa ha ribadito che la flessibilità del patto di stabilità si può concepire, ma non senza le riforme che finora sono state solo annunciate. Un'agenda per la crescita, ma senza derogare dal patto di stabilità, era invece la concessione che Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, si diceva nei mesi scorsi disposto a offrire, ma in cambio delle necessarie riforme. Il rischio maggiore per la ripresa è non fare le riforme, è stata la materna raccomandazione della Cancelliera tedesca Angela Merkel.
Ed il destinatario di queste e tante altre attenzioni era, e continua ad essere, il nostro Paese, che è senz'altro in difficoltà in quanto a condizioni economiche, ma soffre anche di una corruzione molto estesa tra imprese e politica, di tempi troppo lunghi per i processi, di scarse infrastrutture di trasporto pubblico nelle città, tanto per citare le prime cose che mi vengono in mente, ed in ultima analisi di una scarsa propensione all'interesse collettivo nei cittadini. Quali siano le fantomatiche e super-invocate riforme cui si riferiscano i suddetti protagonisti internazionali, per citare solo i principali, non è quindi chiaro; è evidente che servirebbero riforme in molti settori, che l'Italia avrebbe bisogno di molti cambiamenti e non tutti solo di ordine legislativo.
Una cosa che urta la mia sensibilità è l'uso contundente della parola "riforme", brandita come se bastasse il sostantivo senza alcuna qualificazione. Anche Berlusconi, alla fine della legislatura 2001-06, si vantava di aver fatto più riforme di tutti i governi della Repubblica messi insieme. Purtroppo non se ne erano accorti in molti, considerando soprattutto che in quegli anni il Paese ha preso la china in cui tuttora sta scivolando. A noi servono riforme che prima di tutto diano dignità alla produzione ed equità sociale, sia per giustizia che per efficienza economica.
La vaghezza delle parole dei suddetti leader naturalmente non inganni, è solo un modo per intendersi senza sollevare troppi polveroni. L'Italia, agli occhi dell'establishment internazionale nutrito di liberismo economico e rispetto dei poteri forti mondiali, presenta ancora delle anomalie, come lo Statuto dei lavoratori, figlio di un'epoca di ribellione e crescita del movimento operaio che, nonostante il capovolgimento culturale del tatcherismo-reaganismo, nella nostra penisola non è ancora stato spazzato via.
In questo ambito il governo Monti partì a spron battuto per fare il proprio "dovere", ma fu "contenuto" dalla posizione di Bersani che consentì la riforma ma non l'abrogazione dell'articolo 18. Oggi questa necessità torna in campo, il governo Renzi per qualificarsi agli occhi dei soliti potenti di cui sopra, nonché per blandire gli impersonali capitali internazionali ed attirarli nel nostro Paese, promette una "riforma" che per essere credibile deve presentarsi come drastica e dura. Ma verso chi?
Ecco, oggi con la parola "riforma" sembra intendersi proprio questo: scontro con i sindacati e "vecchia" sinistra, capovolgimento di conquiste che erano – è la mia ferma opinione, per quello che vale – quelle sì frutto di vero "riformismo" del primo centrosinistra in Italia, che pure era stato duramente contrastato dal Pci e che invece oggi sembra sconfessato per opposte ragioni. Il mondo è cambiato, si dice. Ma le ragioni di quello Statuto sono ancora tutte attualissime. Speriamo ancora che la "bella figura" internazionale non debba costare troppo ai lavoratori italiani.


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