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TRENI PER I PENDOLARI - 1.200 chilometri di linee + aumenti folli delle tariffe

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Federico Franzò

18-01-2015

Metti insieme l'aumento delle tariffe (pazzesco e intollerabile, nel Nord Ovest soprattutto) e i tagli ai servizi (altrettanto insensati e devastanti, soprattutto nel Sud), ed ecco che cosa il combinarsi di questi due fattori ha provocato nella rete dei treni regionali, quelli indispensabili per i lavoratori e gli studenti pendolari: da un lato, negli ultimi undici anni, 24 linee ferroviarie chiuse per un totale di 1.189 chilometri e 200 metri (vale a dire che è scomparso l'8,5% della intera rete ferroviaria in esercizio nel Paese); dall'altro la progressiva, paurosa riduzione del numero dei viaggiatori: 90mila solo quest'anno, tanto per la progressiva dismissione delle tratte quanto per il vertiginoso aumento del costo per l'utente. E' il quadro desolante fornito da Pendolaria, l'oramai tradizionale rapporto dedicato da Legambiente allo stato sempre più disastroso delle ferrovie regionali.
(E qui è necessario aprire subito un inciso sfidando la stupida accusa di una troppo facile demagogia. L'inciso è questo: con qualche rarissima eccezione, le Regioni si sono via via tradotte in questi quarant'anni in enti non solo inutili ma disastrosamente perniciosi: sprechi, corruttele sempre più estese, complicità trasversali, costi vertiginosi degli eletti e degli apparati, poche o punte imprese economico-sociali serie, ecc. Ora, come si sa, le ferrovie regionali sono frutto di accordi anche finanziari tra Fs e Regioni. I soldi per le proprie "ambasciate" all'estero si trovano sempre – 70 milioni l'anno – ma quelli per mantenere e anzi sviluppare le tratte ferroviarie per i pendolari non ci sono o sono sempre meno. Chiuso l'inciso, e forza ora con le smentite.)
Separiamo per un momento la questione dell'aumento delle tariffe dalla questione dei tagli dei servizi, cioè dell'abolizione dei treni. L'aumento delle tariffe è fenomeno generalizzato (a parte solo Sicilia, Sardegna, Basilicata, Marche, Valle d'Aosta e le due province di Trento e Bolzano) ma fortemente differenziato, con punte assolutamente incredibili. Se mediamente le tariffe dei treni pendolari sono aumentate del 24,1%, c'è poi il caso-primato del Piemonte: + 47,3% in quattro anni. Segue a ruota la Liguria con un aumento del 41,4. Poi c'è il gruppo delle Regioni dove l'aumento nel quadriennio sta tra il 20 e il 25%: Abruzzo (+25,4), Umbria (+25), Lombardia (+24,1), Campania (+23,75), Toscana (+21,8) e Calabria (+20). Infine chi sta sotto la quota del 20% di aumento: Emilia Romagna (+16,1), Veneto e Lazio (+15), Friuli Venezia Giulia (+14,9), Puglia (+11), Molise (+9). Vero è che i trasferimenti dallo Stato alle Regioni si sono ridotti, ed è vero pure che le tariffe del trasporto ferroviario locale sono più basse della media europea. Ma è vero anche che la qualità del servizio non solo lascia a desiderare: siamo quasi ovunque sotto il livello di una minima decenza. Come dire: ad una lievitazione dei prezzi dei biglietti corrisponde sporcizia, inagibilità dei bagni, freddo d'inverno e caldo d'estate.
Differenziato (ma pressoché uniforme) è anche il livello dei tagli, cioè della cancellazione delle tratte. Si salvano soltanto Lombardia, Emilia Romagna, Sardegna e Molise. Tutte le altre Regioni registrano perdite di linee: in Piemonte ne sono state soppresse ben 14 pari al 7,5%, la Liguria ha perduto il 9,8% delle tratte, la Campania addirittura il 19%, la Calabria il 16,3, poco meno la Puglia (-15), ma il primato del danno è calcolato da Legambiente in Abruzzo: sparito il 21% delle linee. Appena meno in Sicilia: -19%. E qui, sulla questione-Sicilia, si può riaprire il discorso degli inauditi sprechi regionali. Se, almeno, la Lombardia ha potuto investire nel pendolarismo ferroviario quasi 152 milioni (e infatti è una delle Regioni senza tagli), per contro la Sicilia – notoria dilapidatrice di risorse – non ne ha spesi che 2,3 milioni e ne paga lo scotto con un impressionante taglio di linee. Non parliamo poi della Calabria: zero stanziamenti per i pendolari, ma 190mila euro per le comunità calabresi nel mondo si trovan sempre...
Ma, giustamente, Pendolaria non ne fa una questione solo di numeri e percentuali. Ne fa anche questione di un diritto fondamentale dei cittadini: quello alla mobilità, ad un uso del ferro invece della gomma (in altre parole: più tagli ai treni e più cari gli abbonamenti significa più auto, più spese, più gas nocivi all'ambiente), ad una tendenziale unificazione dei trattamenti dei pendolari. Che sono una cifra enorme, malgrado tutto quel che giustamente denuncia Legambiente: ogni giorno si registrano nel Paese 2 milioni e 770mila spostamenti di lavoratori e di studenti. Ma per il secondo anno consecutivo si registra un calo dei viaggiatori, con punte del -35,4% dei viaggiatori in Campania. Insomma esplode il paradosso che, proprio mentre aumentava (o poteva aumentare) la domanda, l'offerta veniva progressivamente ridotta per giunta con aumenti di prezzo molte volte insopportabili che provocano la rinuncia al magro e sporco servizio.
Un'ultima osservazione, fortemente politica, fa Pendolaria 2014: che non è solo "un problema di risorse". "Il ministero dei Trasporti – avverte il rapporto, troppo poco diffuso dai media – avrebbe le leve in mano per garantire un servizio dignitoso" considerando che è sua "la responsabilità di controllarne la qualità a seguito dei trasferimenti da parte dello Stato". Già, ma dove e come e quando avvengono, se avvengono? Ministro Maurizio Lupi, responsabile dei dicastero dei Trasporti e delle Infrastrutture, se c'è batta un colpo.


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