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Globalizzazione: "le menzogne delle élite" dietro la crisi dell'Occidente nella visione di Rampini

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F. P.

27-11-2016

Dalla Brexit a Trump, dalla Le Pen alle derive autoritarie in Polonia e Ungheria, al voto in Austria. Poco importa se si tratti di fenomeni durevoli o transitori, passeggeri o irreversibili, quello che accomuna tutti è che di fronte al vento dei populismi, che è nel pieno della sua furia devastante, si risponde con la paura, con la fuga indietro, verso il recupero di identità nazionali, alzando ponti levatoi e muri, difendendosi dal male che viene da "fuori".
Secondo Jean Paul Fitoussi i populismi si rafforzano con le diseguaglianze prodotte dall'austerità. Nessuno può dargli torto se si parte dall'assunto che la crisi non colpisce mai tutti allo stesso modo. C'è una parte della società che nella crisi riesce comunque a reggere e a tutelarsi e ce ne è un'altra, molto vasta, la più debole e vulnerabile, che paga il prezzo maggiore. Ne consegue che una globalizzazione non governata può essere la causa principale dell'accentuazione delle ineguaglianze e delle disparità. Da qui però a dire che la globalizzazione è da demonizzare sempre ce ne vuole. Prima di tutto perché la globalizzazione ha anche consentito a miliardi di uomini e donne – Cina, India, Africa, Sud America e Paesi emergenti – di entrare nel mercato mondiale e di accedere a consumi e a condizioni di vita sconosciuti fino a pochi decenni fa. Uno dei motivi per cui si rafforzano i populismi, i nazionalismi, la xenofobia e la ripulsa nei confronti del diverso e dello straniero è che i contraccolpi negativi, come perdita del lavoro, maggiore precarietà sociale, meno garanzie e meno diritti, vengono imputati esclusivamente dall'immigrazione e dall'inclusione.
Un concetto di globalizzazione che però impedisce di coglierne le ragioni più profonde, che sono da collegare alla più gigantesca accoglienza della storia. L'umanità intera pretende di vivere e non più di vegetare, sebbene la parola più pronunciata in Occidente, da Brexit in poi, come abbiamo visto, sia "esclusione". Un'espressione che riguarda pezzi di noi, non il mondo intero che nella sua totalità è più inclusivo di quello che si crede.
Di diverso avviso è Federico Rampini il quale nel nuovo libro, "Il tradimento –Globalizzazione e Immigrazione – Le menzogne delle élite" (Mondadori) parla di un mondo impazzito. Guerre civili e conflitti religiosi. Terrorismo. E, insieme a tutto questo, "la spettacolare impotenza dell'Occidente a governare questi shock, o anche soltanto a proteggersi. Senza guida, abbandonate dai loro leader sempre più insignificanti e irrilevanti, le opinioni pubbliche occidentali cercano rifugio in soluzioni estreme".
Immigrazione e Globalizzazione sono i fenomeni sotto accusa, così come il grande tradimento delle élite, avvenuto quando abbiamo creduto al mantra della globalizzazione. Quando abbiamo teorizzato e propagandato i benefici delle frontiere aperte, continuato a recitare un'astratta retorica europeista mentre per milioni di persone l'euro e l'austerity erano sinonimi di un grande fallimento. Ed è proprio sull'élite che l'Autore concentra la sua critica impietosa, accusandola di essere il ceto privilegiato che "estrae risorse dal resto della società, sia per il potere che viene esercitato direttamente dai politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici, nella sfera del governo e dai capitalisti, banchieri, top manager, nella sfera dell'economia. Sia per il potere indiretto esercitato attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l'egemonia culturale da intellettuali, pensatori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono dentro anch'io".
Il pensiero politically correct, dominante fra i tecnocrati, le élite e tanta parte della sinistra di governo, ha continuato a dichiarare la sua devozione a tutto ciò che è sovranazionale. Tutto ciò che unisce al di là delle frontiere è stato considerato positivo per definizione: trattati di libero scambio, organizzazioni multilaterali, apertura a una società multietnica. Salvo poi a scoprire che le forze che hanno teorizzato il superamento dello Stato-nazione avevano prodotto e continuano a produrre risultati che avvantaggiano pochi e che quei pochi sono sempre gli stessi.
Sulla base di queste considerazioni di carattere generale bisogna pur dire che il Continente che ha vissuto la maggiore contraddizione è proprio l'Europa. Una contraddizione resa più acuta da politiche economiche che anziché essere fondate su programmi espansivi e di crescita, si sono arroccate intorno all'equilibrio di bilancio mettendo in campo politiche di austerità e di rigore che hanno aggravato il già difficile contrasto alle precarietà prodotte dalla crisi. E' evidente e urgente quindi che l'Ue cambi le sue politiche, mettendovi al centro lo sviluppo, il lavoro, gli investimenti. Questo non vuol dire che basta tornare a fare quello che facevamo nel Novecento. Siamo in un secolo nuovo in cui tutto è cambiato rispetto a qualche decennio fa e dunque serve un pensiero nuovo in grado di far rivivere i valori propri della società profondamente trasformata.
Il tema all'ordine del giorno è come ridefinire la democrazia e i suoi valori di eguaglianza e di libertà nel tempo della globalizzazione, del web e della comunicazione digitale. Nel tempo delle sovranazionalità e delle frontiere aperte. Piuttosto che vedere nei nazionalismi, nell'esclusione del migrante, alzando barriere e fili spinati, la via per uscire dalla crisi che ci attanaglia, nei tempi che viviamo.


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