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Nuovi attacchi all'Unità dell'Europa, ma invertire il declino si può

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Filippo Piccione

09-04-2017

Tutto avviene nell'ultima settimana di marzo 2017. Il 25 con i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dei trattati europei, che ha visto riuniti a Roma, in Campidoglio, i 27 Paesi della Ue. E due giorni dopo, con una lettera del primo ministro britannico Theresa May, consegnata a mano al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, comincia il lungo processo di separazione di un Paese membro dall'Europa. Alle 12.30 la Gran Bretagna si stacca dal resto del Vecchio Continente, anche politicamente. Un addio annunciato dai costi e dagli effetti imprevedibili. Ma anche dalle conseguenze immediate. Basti pensare che a poche ore dal recapito della missiva con cui si comunicava il divorzio da Bruxelles, il parlamento scozzese ha ufficialmente votato la richiesta di un referendum bis sulla secessione da Londra in risposta alla Brexit. La proposta era stata presentata dalla first minister e leader indipendentista dell'Snp, Nicola Sturgeon. (E' il caso di ricordare che l'Irlanda è saldamente un membro dell'Unione). La risposta di Edimburgo alla decisione di Londra non si è fatta attendere, anche se il capo del governo britannico, ha cercato di rispondere picche: «Non apriremo alcun negoziato con la Scozia» e parla di «giorno storico» per la Brexit: «Dobbiamo cogliere questa storica opportunità per emergere nel mondo e plasmare un sempre maggiore ruolo per una Gran Bretagna globale». Un disegno in cui non si esclude che questo paese ambisca a diventare un nuovo paradiso fiscale.
Inizia da qui un vero e proprio braccio di ferro. E' difficile prevedere se prevarrà nel corso dei due anni di trattative lo scontro o la diplomazia fra i negoziatori. Soprattutto per quanto riguarda il conto da pagare. Le linee guida per i negoziati - che saranno condotti da Michel Barnier - sono state rese note venerdì 31 marzo scorso. La trattativa durerà almeno 2 anni, un periodo nel quale ci saranno tre appuntamenti elettorali importantissimi (presidenziali francesi tra un mese, voto in Germania in autunno e in Italia nel 2018). Ma oltre a questo passaggio - che avrà, a secondo dell'esito delle urne, un significato importante sul futuro dell'Europa - si dovranno gestire le modalità degli scambi commerciali, la fuga da Londra di molti centri decisionali, le strutture economico-scientifiche, le istituzioni, le banche.
Le previsioni più attendibili, come accennato, sono quelle di un difficile negoziato. Intanto parlano le cifre: 60 miliardi di euro che l'Ue pare intenda chiedere a Londra come arretrati a copertura di impegni presi insieme negli anni scorsi e contributi al budget europeo; 66 miliardi di euro, secondo il Tesoro britannico, la cifra che il Regno Unito rischia di perdere ogni anno con una hard Brexit che si concluda senza un accordo di libero scambio con l'Europa; 150 miliardi di euro la dote inglese che Westminster può pretendere come controvalore degli assets europei post Brexit; 1.800 miliardi di euro il valore ciclopico degli assets che le banche internazionali di Londra potrebbero spostare verso il continente o altrove in seguito all'uscita dall'Ue, mettendo a rischio 30.000 posti di lavoro nella City. Di sicuro ci sono le 19.000 direttive europee che Londra deve trasferire nella propria legislazione per poi decidere quali abolire e quali tenere in piedi. La vera partita non comincia solo allora. All'orizzonte si agita un doppio spettro: Donald Trump e Vladimir Putin. Usa e Russia, due potenze mondiali, i cui leader sembrano inclini a intendersi reciprocamente per indebolire ulteriormente l'Ue dopo Brexit.
Non c'è dubbio che ci troviamo di fronte a uno scenario, per molti aspetti, inaspettato fino a qualche mese fa. Il fatto stesso che il presidente statunitense è più in sintonia con il capo del Cremlino piuttosto che con i tradizionali partner democratici europei, potrebbe rivelarsi, dopo una serie di difficoltà e incomprensioni fra i partner, una opportunità per accelerare il processo di maturazione dell'Ue.
E' lecito addirittura pensare che il rapido rivolgimento dell'ordine globale potrebbe favorire l'emergere di un nuovo profilo strategico destinato a modificare in profondità i caratteri dell'integrazione europea, che va ben oltre l'idea stessa di un sistema a "due velocità" lungamente dibattuto. Sarebbe assai deludente un atteggiamento attendista dell'Europa di fronte alle implicazioni che tutto ciò comporta sulle strategie di sicurezza, di difesa, così come delle politiche economiche, che comprende anche la stabilità e il rilancio del nostro Paese, rispetto al quale Trump ha adottato i primi provvedimenti contro la Vespa e le grandi aziende di moda italiane.
In questo senso si registra un segnale di cambiamento avvenuto con il dialogo con il governo polacco, uno dei più problematici dei paesi partner, il quale ha constatato che Washington non vuole più privilegiare gli interessi dei paesi dell'Est europeo, ma quelli di Putin, che rappresenta una minaccia anche per gli altri paesi dell'Europa orientale. Nonostante rimanga una forte distanza sull'accoglienza dei rifugiati Varsavia riconosce l'obiettivo di rafforzare le libertà europee di circolazione e di irrobustire la sicurezza comune.
Che il comportamento di Trump e di Putin stiano ricompattando l'Europa è un dato di fatto. Bruxelles sta attivando una serie di misure per stringere i rapporti oltre che con la Cina, anche con l'India, i Paesi del Golfo e altre potenze economiche emergenti. Fra questi c'è il Messico, la prima vittima dell'antagonismo mercantile di Trump. In questo quadro l'Europa potrebbe assumere il ruolo di garante dei sistemi multilaterali di commercio, al posto degli Stati Uniti. Una svolta imprevedibile se si pensa che da anni è prevalsa la retorica del declino europeo. Ancora è presto per cantare vittoria, ma le premesse ci sono tutte. Basta la buona volontà e il senso della ragione e dell'intelligenza per superare il guado dell'incertezza e dell'indecisione che dura da quasi un decennio.




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