:: SOCIETÀ ::
Come si vive e lavora in Amazon Italia?

Richiesta indagine sulla sostenibilità degli standard produttivi a Castel S.Giovanni

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Giorgio Frasca Polara

23-04-2017

Questo articolo è comparso anche sul sito RadioArticolo1
Sarà molto interessante ascoltare cosa risponderà il ministro del Lavoro alla richiesta di alcuni parlamentari di inviare gli ispettori nell'enorme magazzino italiano di Amazon per verificare come vivono e lavorano i dipendenti della sede di una delle più grandi aziende di commercio elettronico statunitense. Il magazzino di Amazon è il più grande d'Italia: 86mila metri quadri, 1.600 dipendenti (in parte a tempo indeterminato, in parte a tempo determinato), 120mila prodotti scaricati ogni giorno dai camion. La sede di Amazon-Italia è a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza.
Secondo le denunce dei sindacati, il 70-80 per cento degli addetti al reparto di smistamento degli oggetti da spedire accusa ernie, problemi alla schiena e al collo dovuti alla velocità imposta nello smistamento degli oggetti da spedire. Di più, il livello delle malattie sarebbe elevatissimo e molti dipendenti userebbero psicofarmaci a causa di depressione e attacchi di panico.
La richiesta di inviare gli ispettori del lavoro nasce anche in considerazione di altri fattori emersi nel corso di una inchiesta sollecitata dai sindacati: secondo i lavoratori sono violati elementari diritti, come poter andare in bagno o poter bere un bicchiere d'acqua, perché queste richieste comporterebbero una perdita di tempo che andrebbe a compromettere la produttività abbassando gli standard stabiliti dall'azienda.
D'altra parte Amazon-Italia applica le stesse ossessive regole applicate negli Stati Uniti dalla casa-madre. Valga per tutte la testimonianza di Nichole Gracely, una facchina che, esasperata, ha lasciato il posto in un magazzino della Pennsylvania. "Non ho una casa dove abitare e tuttavia le mie giornate peggiori sono meglio delle migliori giornate passate a lavorare per Amazon", ha raccontato al quotidiano inglese The Guardian. "Secondo le statistiche della stessa Amazon – aveva aggiunto –, ero una delle più produttive responsabili degli ordini. Ero una macchina. Ma quello che non sapevano è che andavo veloce perché se avessi rallentato il ritmo anche solo per un minuto sarei collassata".
Il compito di Nichole era quello di ricevere le ordinazioni e trovare nel minor tempo possibile l'oggetto richiesto. Nonostante la bravura il posto di lavoro non era assicurato: "Una performance non garantiva di farti rimanere. Ci trattavano come mendicanti perché avevamo bisogno di lavorare. E quel che è peggio è che dopo due anni Jeff Bezos (il magnate dell'Amazon, ndr) continua ad assumere". Ed ecco altri particolari della denuncia di questa facchina: "Non mi sono mai sentita più sola di quando lavoravo in quel posto. Lavoravo in isolamento e sotto la sorveglianza costante. Amazon poteva decidere di fare degli straordinari e dovevo ubbidire a qualsiasi cambiamento di orario fosse necessario, e se non c'era lavoro ci mandavano a casa senza paga. Per questo ho cominciato a rimanere indietro col pagamento delle bollette".
C'è quanto basta per far riflettere il ministro Poletti e convincerlo a spedire gli ispettori del lavoro al magazzino di Castel San Giovanni.


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