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Affari straneri e interessi nazionali

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14-05-2017

Questo articolo è comparso anche sul sito RadioArticolo1
Chi dall'estero compra industrie italiane e chi, dall'Italia, compra industrie all'estero. Chi vince? Elementare: vincono le multinazionali o i singoli affaristi e speculatori ai danni del patrimonio imprenditoriale italiano tanto negli acquisti formalmente corretti quanto nelle vere e proprie rapine (quando le acquisizioni hanno natura cosiddette ostile). Ora non si tratta più di episodi, o di dati campati in aria: qui ci sono dati nuovi, precisi, forniti dal rapporto 2016 sulle fusioni e le acquisizioni steso dalla Kpmg, una delle più grandi società del mondo specializzata nell'analisi dei mercati.
Che cosa conferma la Kpmg? Che nel 2015 le transazioni estero su Italia sono state 201 per l'enorme cifra di 32,1 miliardi di dollari (più 21% rispetto all'anno precedente) a fronte di 97 acquisizioni realizzate da aziende italiane all'estero (per 10 miliardi di euro, meno 22% rispetto all'anno precedente). Come dire che all'assalto sempre più forte del capitale straniero – che divora tutto, dalle scarpe alle industrie alimentari piccole e grandi, dalla chimica alle imprese meccaniche – corrisponde una drastica, allarmante diminuzione del processo inverso che rivela le allarmanti, sempre più gravi dimensioni della crisi economica e imprenditoriale del nostro Paese.
Di più, il saldo ha continuato ad essere negativo anche nell'anno successivo, il 2016, pur con qualche (relativa) attenuazione del divario. Così che le operazioni Italia su estero hanno fatto registrare 142 acquisizioni oltreconfine per un controvalore di 13,5 miliardi di euro, mentre negli investimenti esteri su asset italiani si sono realizzate 240 operazioni per un controvalore complessivo di 18,9 miliardi.
Sottolineano un gruppo di deputati (Benamati, Ginefra, Impegno, Peluffo, Vico, Fontana e altri) in una interrogazione al ministro per lo Sviluppo economico che la capacità di attrarre investimenti esteri potrebbe rappresentare sì un fattore di sviluppo della competitività delle imprese sui mercati internazionali, "ma deve necessariamente conciliarsi con la tutela delle dinamiche di mercato e con la protezione degli assetti strategici". E questo "non a difesa dell'italianità fine a se stessa della proprietà delle imprese" (ricordiamo tutti il Berlusconi che volle i "coraggiosi" alla testa dell'agonizzante Alitalia, e sappiamo com'è finita) "ma piuttosto a salvaguardia della permanenza strategica sul suolo nazionale di asset, tecnologie e conoscenze essenziali per la competitività dell'Italia".
Che cosa è accaduto invece? Che il meccanismo previsto già nel 2012 (legge 56) per salvaguardare gli assetti proprietari delle società operanti in settori strategici e di interesse nazionale si è regolarmente inceppato; che l'esercizio dei poteri speciali affidati al governo è avvenuto in fatale ritardo quando le decisioni-acquisizioni erano già state programmate e realizzate. E questi poteri speciali potevano e anzi dovevano essere esercitati nei settori della difesa e della sicurezza nazionale (produzione, vendita, triangolazione) nonché in alcuni ambiti, definiti di rilevanza strategica, come energia, trasporti e comunicazioni (si veda il recentissimo caso della Telecom). Attenzione: che il governo si sia mosso in ritardo o non si sia mosso affatto non è un'invenzione o una speculazione: viene denunciato, nero su bianco, nella relazione al Parlamento del dicembre scorso in materia di esercizio dei poteri speciali attribuiti all'esecutivo proprio dalla legge 56…


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