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La nuova Via della Seta: la leadership mondiale va dagli Usa alla Cina

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Andrea Lijoi

28-05-2017

A provare a rovinare la festa di inaugurazione del progetto cinese "One Belt, One Road", riproposizione di una nuova Via della Seta, ci ha pensato Kim Jong-un. Mentre il presidente cinese Xi Jinping faceva gli onori di casa al Forum internazionale di Pechino, davanti a trenta capi di Stato e di governo e ai rappresentanti di sessanta nazioni, ribadendo che il progetto è pensato per sviluppare nel mondo "felicità, pace e armonia", il dittatore nordcoreano lanciava l'ennesimo supermissile capace di volare per ben 4.500 chilometri.
Non è escluso che Pyongyang abbia voluto di proposito cogliere l'occasione per far risuonare al mondo riunito lì vicino la propria minacciosa voce fuori dal coro, mandando in particolare un messaggio di contrarietà nei confronti del nuovo ruolo che la Cina va ad assumere con la realizzazione del grande progetto.
Con il lancio della nuova Via della seta, la Cina sfrutta abilmente il momento storico favorevole per affermare la sua supremazia economica, ma anche politica, che già si intravedeva negli anni trascorsi e massimamente nel corso della grande recessione che ha colpito gli USA e l'Europa in particolare (è finito in mano cinese la gran parte del debito americano e sono cresciuti in dismisura in Occidente e nel resto del mondo gli investimenti cinesi!).
Il momento è favorevole per la Cina, se solo si considerano il bisogno soprattutto dell'Europa di investimenti esterni e il nuovo corso superprotezionistico della politica americana con l'avvento di Trump.
La Cina non ha problemi di vincoli di bilancio poiché la politica economica, si direbbe di stampo capitalistico-comunista, è diretta monocraticamente dal partito e seppure il proprio debito pubblico è più alto che negli USA, viene portata avanti una politica espansiva con costante aumento degli investimenti pubblici seguendo più un modello "imperiale" che altro.
Per realizzare la nuova Via della seta che coinvolgerà con opere infrastrutturali sessanta nazioni, fra cui l'Italia, la Cina ha stanziato 1.000 miliardi di dollari, tanti quanti ha previsto di spenderne Trump in infrastrutture interne agli USA se il Congresso gli darà il placet, alla luce dei limiti in ordine al debito pubblico (altrimenti dovrà fare ricorso a finanziamenti privati).
Mentre Trump procede con la politica di "America first" e in tutto l'Occidente rifioriscono le ideologie di chiusura, la Cina decide (c'era stato un prologo questo inverno a Davos...) di prendere la bandiera dell'apertura economica e sociale verso il resto del mondo a partire dalla problematica ecologica, in cui fino a poco tempo fa spiccava fra chi ostacolava gli accordi sul clima e oggi invece è leader nella lotta ai gas serra. Proprio sull'ecologia è bene sottolineare il passo indietro del nuovo governo americano sull'adesione all'Accordo di Parigi, voluta dall'ex presidente Obama, con il ritorno senza limiti al carbone e al petrolio.
Con l'iniziativa "One Belt, One Road" si consolida forse nel mondo quel sorpasso definitivo (fatti salvi i "corsi e ricorsi storici" di Gianbattista Vico) della Cina sugli Usa quale "impero" di riferimento nell'economia, ma anche probabilmente negli influssi culturali che ne conseguono. Ciò soprattutto per la "gran rinuncia" americana alla primazìa esercitata finora nel resto del mondo, per dedicarsi alle cure interne. Lo ha capito bene lo scrittore indoamericano Pankaj Mishra che nel suo ultimo libro "Age of Anger" approfondisce proprio l'analisi di come sia giunta la fine del secolo americano.
Ma alla fine del secolo americano succederà un secolo cinese?
In genere, la storia non si ripete! E, particolarmente in questo momento storico, non è detto che ci sia tanta voglia di "imperi" in giro. Il Comitato Centrale del Partito Comunista cinese non possiede il background per decidere per tutti. Dovrebbe prima fare i conti con le contraddizioni reali della globalizzazione, che spingono molti popoli alla chiusura, e le proprie contraddizioni interne soprattutto in campo sociale, sui diritti ma anche sul Pil pro capite che è di soli 7.924 dollari annui.


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