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Il rocker e la poetessa. Rileggere Sylvia Plath

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Carla Valente

28-05-2017

Chris Cornell è morto suicida. Come Sylvia Plath, la poetessa che amava. Ci ha regalato per l'ultima volta le note struggenti di Black Hole Sun e dopo il concerto si è impiccato nella sua camera d'albergo. La canzone faceva parte dell'album Superunknown (1995) che è ormai entrato nella storia del rock. Si dice che scrivendone le lyrics, Cornell fosse profondamente influenzato dalle poesie di Sylvia Plath. Suicidio, angoscia, male di vivere sono i temi di canzoni cupe e disperate come The Day I tried To Live, Fell On Black Days, Let Me Drown. "Non penso di essere mai stato davvero felice nemmeno per un breve attimo. Ma per me la vita non è la ricerca della felicità", dichiarava Cornell, e ancora: "Ti senti felice e soddisfatto, ma poi all'improvviso capisci che sei sprofondato nell'infelicità più estrema, al punto di avere paura".
L'impossibilità di essere felice aveva segnato anche la breve, tragica vita di Sylvia Plath. Morta a trent'anni all'inizio degli anni sessanta, diventa all'improvviso la poetessa americana più famosa del novecento, una icona femminista, un modello per i giovani poeti.
Robert Lowell, che l'aveva conosciuta quando lei frequentava i suoi corsi alla Boston University, così la ricordava: "Alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile, una presenza tersa e brillante che la timidezza paralizzava. Aveva un'esasperante docilità che nascondeva la sua pazienza e la sua audacia fuori moda. Avvertii la sua raffinatezza, la sua confusione e non seppi prevedere la sua stupefacente, trionfante completezza futura".
Nella costruzione del suo mito è innegabile la morbosa fascinazione che esercita la sua morte. Ma in Sylvia Plath poesia e morte sono effettivamente inseparabili, come sosteneva l'amico e critico Al Alvarez: "Una non può esistere senza l'altra. Il senso di autodistruzione era fonte di energia per vivere, di potere creativo. Scrivendo giocava con la morte non preoccupandosi se avrebbe vinto o perso. E perse".
La cronaca delle sue ultime ore è scarna e toccante. È mattina presto. Prepara la merenda per i figli. Lascia pane e burro e due tazze di latte sui comodini. Poi si chiude in cucina dove sigilla ogni fessura. Apre il gas e infila la testa nel forno.
Quando a uno studente medio americano si chiede di Sylvia Plath risponde invariabilmente che si è suicidata e che era sposata con Ted Hughes.
Già, il marito era il grande poeta inglese che conosce a una festa mentre si trova a Cambridge con una borsa di studio e sposa nel giro di pochi mesi. E nel giro di pochi anni si separeranno. Lui è violento e infedele. Ammetterà inoltre di aver rimaneggiato scritti e distrutto pagine di diario dopo la morte della moglie. Rimane però un raffinato artista e riesce a cogliere la vera essenza dell'arte di Sylvia, che così descrive: "Nella sua poesia ha libero e controllato accesso a quelle profondità riservate solo agli sciamani e ai mistici. Il suo linguaggio controlla e racchiude conflagrazioni e collisioni facendosi discorso piano e diretto. Questo linguaggio, questa sostanza unica e radiante, è il prodotto della più nobile e riuscita alchimia. I suoi elementi sono estremi, in lei uno spirito violento, quasi demoniaco, si oppone a una tenerezza e a una capacità di soffrire e amare infinita, i suoi sensi luminosi e impetuosi assalgono una intelligenza assoluta e pragmatica".
Resta solo da consigliare la lettura di Lady Lazarus (Mondadori, Milano, ultima ristampa 2007), una raccolta delle poesie più belle di Sylvia Plath, tradotte con cura estrema e rara delicatezza da Giovanni Giudici. Magari ascoltando in sottofondo un disco di Chris Cornell.

[…] Via il drappo,
o mio nemico.
Faccio forse paura? —

Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
in un giorno svanirà. […]

Mi dondolavo chiusa
come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
e staccarmi via i vermi come perle appiccicose.

Morire
è un'arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale. […]


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