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I mostri della povertà e della disuguaglianza bussano alle porte dei nostri Paesi del benessere

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Rosanna Pilolli

12-06-2017

E' un mostro la povertà che si è stabilita in molte regioni del mondo ed è continuamente in agguato in Europa e anche nel nostro Paese. E' il frutto avvelenato lasciato da trecento anni di colonialismo nei continenti d'Asia e d'Africa, dal potere economico strutturato nei secoli in modo che ai pochi ricchi corrispondessero popolazioni povere e prive di cultura. Il conto è impressionante, sul nostro pianeta tre miliardi di esseri umani non hanno accesso sufficiente all'acqua, più di due miliardi di bambini si trovano in condizioni di miseria estrema e 22.000 di essi ogni anno incontrano la morte per fame. L'indigenza si accompagna ovviamente alla disuguaglianza. Le 300 persone più ricche nel mondo possiedono la stessa ricchezza di tre miliardi di poveri.
Certamente la situazione in Italia non ha le stesse drammatiche proporzioni dei continenti abbandonati né quella tristissima dei due secoli trascorsi. Tuttavia per comprendere la realtà tangibile del Paese nel quale viviamo dovremmo affondare lo sguardo in modo meno superficiale ai dati dell'ISTAT troppo spesso ignorati. Potremmo allora conoscere le cifre degli italiani che non hanno un tenore di vita sufficiente alle necessità della vita attuale, esclusi da tutti gli accessi che la realtà sociale offre. Spesso in troppi non dispongono nemmeno di una vita dai contenuti meno che sufficienti: i poveri, la povertà. Un problema che balza con la forza di 8 milioni di italiani poveri, e di essi più di 4 milioni in condizioni di miseria assoluta, impossibilitati a procurarsi anche il necessario per vivere. E si moltiplicano purtroppo ingressi inediti nella indigenza. Non più soltanto disoccupati, anziani, famiglie numerose e senza tetto, fuori da ogni contesto sociale, ma anche lavoratori a basso reddito, precari e sotto occupati e quindi famiglie non necessariamente numerose.
Dal 2007, anno che ha anticipato la crisi economica, la percentuale di persone povere è più che raddoppiata: dal 3,1% è infatti salita al 7,6%. I passi avanti che hanno preso forma negli ultimi tempi e che vanno riconosciuti sono tuttora meno incisivi di quelli compiuti dagli altri Paesi europei. Tuttavia nel 2016 la quota di cittadini soddisfatta del proprio bilancio familiare è cresciuta soprattutto al centro-nord, per il terzo anno di fila. E come sempre appare ancora vistosamente la condizione di disuguaglianza che s'impone a sud del Paese. L'incidenza è alta e tocca il 10% in Regioni nelle quali vive il 34% dei residenti in Italia.
Il miglioramento del mercato del lavoro non riguarda i giovani tra i 25 i 34 anni, per i quali la situazione continua a essere sfavorevole. Per gli under 35 e per le donne rimasti senza lavoro, trovare un nuovo posto risulta sempre più difficile. Il maxi ammortamento introdotto con la scorsa legge di bilancio non sembra aumentare la redditività e solidità delle imprese. Nel piano di lotta alla povertà il 25 marzo scorso è stata approvata la legge n.24 che ha istituito il "reddito d'inclusione" (i cui decreti di attuazione sono previsti per il prossimo mese di settembre), con l'assegnazione di una cifra fino a 480 euro mensili, intesa a consentire la possibilità di disporre dell'insieme dei beni e dei servizi necessari a condurre un livello di vita dignitoso e a combattere l'esclusione sociale. Sono previste erogazioni per quattrocentomila famiglie (1 milione e 770mila persone) con la possibilità successiva di incrementarne il numero. Il principio informatore del "reddito d'inclusione" non dovrebbe essere quello di un aiuto passivo, puramente assistenziale. Nelle intenzioni del legislatore questa legge si fa carico di un'articolazione che dovrebbe fare salvo il principio essenziale della dignità dell'uomo, il diritto al lavoro lontano dalla mera assistenza. Infatti alla parte economica si aggiungono servizi e interventi sociali per la progressiva inclusione fuori dallo stretto bisogno, per la dignità del cittadino.
Non è certamente la soluzione di un problema che ha radici profonde, alimentate negli anni trascorsi dalla crisi economica, dalla carenza di lavoro e, in esso, di giustizia. Da più parti si è invocata l'urgenza di una forte politica di intervento sugli investimenti e sulle attività produttive, accompagnata da una tenace campagna culturale che rimuova antiche e nuove forme di schiavitù.


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