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L'apoteosi del cibo: l'uomo è ciò che mangia ma anche ciò che non mangia

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Rosanna Pilolli

30-06-2017

"L'uomo è ciò che mangia", la frase che fece scandalo alla sua affermazione da parte del filosofo tedesco Ludwig Andreas Feuerbach, oggi è divenuta poco più che una banalità, l'affermazione scontata in quella parte di società, la nostra, che è entrata – forse per esorcizzare la fame di un tempo abbastanza vicino – nell'era grassa della glorificazione maniacale del cibo. La testimonia un numero indefinibile di trasmissioni televisive, di rubriche dei settimanali di gossip venduti in maggior misura, volumi di ricette presentati da dive del cinema o da monache o da caritatevoli fraticelli, e poi cucine etniche, vegane, cibo spazzatura, signore e signori di buona volontà che "postano" sui "social" i ritratti con spiegazione di ricette facili, pizze, dolci e aperitivi inediti provenienti dalla storica cucina della nonna, della zia, del cugino d'America. Mentre, come è noto circa 795 milioni di persone nel mondo soffrono la fame.
La brama smodata di cibo ha avuto già dall'antichità classica il suo contrappeso negativo. Soprattutto le religioni si sono preoccupate di moderarne la voglia matta. A parte gli eremiti, che facevano delle astinenze e dei digiuni il proprio modello di elevazione spirituale, la Chiesa cattolica dal Medioevo pose la "gola" fra i sette vizi capitali, preoccupata dal crescente malcontento sociale dovuto alla fame dei molti e alla troppa ingordigia dei pochi. Tuttavia non esiste un modello alimentare cristiano. La svolta nei confronti di una maggiore indulgenza si trova in un famoso passo del Vangelo di Matteo: "Non è impuro ciò che entra nel corpo dell'uomo, ma quello che ne esce, questo è impuro". E' anche l'accoglimento nella dieta dei cattolici del maiale, per segnare il distacco dagli ebrei sui quali in un primo tempo modellavano la propria alimentazione. Ciò nonostante, i golosi non sono sfuggiti alla sferza di Dante che nel terzo girone dell'Inferno fece camminare gli ingordi nel fango puzzolente sotto una pioggia che non aveva mai fine.
La Controriforma segnò un passo indietro: la Quaresima reintrodusse astinenze e digiuni nel senso di un solo pasto serale e cibi proibiti, ad esempio la carne il venerdì e nella settimana della passione del Cristo. L'eccesso di cibo aveva formato oggetto di regolamentazione restrittiva nella Bibbia, nella quale erano presenti come "dieta per l'anima" strette regole alimentari.
Se "l'uomo è ciò che mangia" è anche ciò che non deve mangiare. E' infatti vietato all'osservante israelita di nutrirsi di cibi non permessi, ma soltanto di quelli kosher. Sì alla carne di mucca, di capra e di pecora. No a quella del maiale (animale impuro che si nutre di ogni pattume), del coniglio, del cammello. Il latte e i suoi derivati sono kosher se provenienti da animali permessi. Sì al salmone, alla trota e alla cernia, no a tutti i crostacei e ai frutti di mare. Lecito è il vino se di produzione ebraica.
Altrettante le regole alimentari per i musulmani. Anche per loro la carne del maiale è fuori dalla tavola insieme a quella del cinghiale, degli uccelli predatori e dei rettili. Essenziale poi la macellazione bovina secondo il rituale islamico. L'animale viene sgozzato vivo fino al totale dissanguamento. Scartate le interiora, le pupille e i genitali. Vietati gli alcolici, "opere di Satana". "L'uomo è ciò che mangia". La giusta alimentazione fuori dalla attuale "gastromania" ha un importantissimo valore etico e politico. "I cibi divengono sangue, cuore e cervello, pensieri e stati d'animo". Se si vuole restituire dignità e coraggio alle popolazioni della Terra, si faccia in modo che possano procurarsi, con la libertà del lavoro, cibi sufficienti ad allontanarle per sempre da quella condizione di sudditanza che priva di ogni dignità.



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