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La tortura finalmente è reato

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21-07-2017

Questo articolo è comparso anche sul sito RadioArticolo1

Con dure polemiche nel mondo giuridico e della magistratura, e con il solo sostegno della maggioranza di governo, la Camera ha definitivamente approvato (dopo un va-e-vieni, durato anni, tra i due rami del parlamento) la legge che introduce finalmente nel codice penale il reato di tortura. Ma non è una vittoria per quanti - a cominciare dal primo firmatario della proposta, il sen. Luigi Manconi, che denuncia lo "stravolgimento" del suo testo originario - considerano che le nuove norme sono una interpretazione al ribasso delle convenzioni e dei trattati internazionali che definiscono il delicatissimo tema della tortura. Contro la legge hanno votato le opposizioni di destra ("Le forze di polizia saranno sempre sotto scopa"), mentre si sono astenute quelle di sinistra e i deputati M5s che hanno fatto proprie le accuse di una larga parte di giudici, di studiosi del diritto, di esponenti della società civile.
Come avevano infatti rilevato, in un documento diffuso alla vigilia della discussione alla Camera, il presidente e la segretaria generale di Magistratura democratica, Riccardo De Vito e Mariarosa Guglielmi, e inoltre giudici e pm nei processi per le inaudite violenze della polizia nei fatti di Genova, molti docenti e alcune associazioni tra cui quella intitolata a Stefano Cucchi, le nuove norme sono "confuse, inapplicabili e controproducenti". E d'altra parte il rischio di "potenziali scappatoie per l'impunità" era stato avvertito anche dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Miuznieks.
Tra le conseguenze di vari e deliberati intralci alla condanna per torture si denuncia il fatto che "il singolo atto di violenza brutale di un pubblico ufficiale su un arrestato potrebbe non essere punito", dal momento che nella legge, per delineare la tracciabilità del reato, si precisa che esso si realizza "se il fatto è commesso mediante più condotte". Vero è che viene aggiunto un "ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona", ma allora perché prevedere anzitutto che, come ha rilevato Manconi, "il singolo atto di violenza brutale di un pubblico ufficiale su un arrestato potrebbe non essere punito"? "Al Senato - è stata l'implicita risposta del responsabile Giustizia del Pd, Davide Ermini - non c'erano i numeri per un testo diverso: allo stato delle cose non si poteva fare di più". Come dire (ed è stato detto): "Approviamola e monitoriamola, poi si vedrà come ha funzionato".
E vediamo allora che cosa dice la legge. Anzitutto è punito da un minimo di quattro anni ad un massimo di dieci chi "con violenza o minaccia, ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, di cura o di assistenza, intenzionalmente cagiona a una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni o di infliggere una punizione o di vincere una resistenza, ovvero in ragione dell'appartenenza etnica, dell'orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose". (Qui la contestata coda-precisazione: "Se il fatto è commesso mediante più condotte, ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona".) Se il reato viene commesso da un pubblico ufficiale nell'esercizio delle funzioni o da un incaricato di un pubblico servizio la pena sale da cinque a dodici anni.
Se dalla tortura deriva una lezione personale grave, le pene sono aumentate di un terzo e se essa provoca una lesione personale gravissima l'aumento è della metà. Se poi dalla tortura deriva la morte quale conseguenza non voluta dal torturatore la pena è trent'anni. Ma se il torturatore cagiona volontariamente la morte, la pena è dell'ergastolo.
La legge esclude però la fattispecie del reato nel caso di pubblici ufficiali che procurino "sofferenze risultate unicamente dall'esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti": è un altro limite introdotto dal Senato, uno dei tanti che fa dire ai sottoscrittori del documento ("Un brutto passo falso") che "la prevenzione e la punizione degli abusi di potere siano questioni troppo importanti per essere ridotte a giochi di parole e a compromessi al ribasso che svuotano di senso provvedimenti attesi da trent'anni".
Naturalmente le dichiarazioni o le informazioni "ottenute mediante il delitto di tortura non sono comunque utilizzabili salvo che contro le persone accusate di tale delitto al solo fine di provarne la responsabilità penale".


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