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Spagna e Catalogna, doppio passo falso per un'Europa federale e democratica

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Andrea Lijoi

12-10-2017

Chi l'avrebbe mai detto una settimana prima che il referendum a Barcellona sarebbe finito nel sangue? Più di ottocento feriti di cui alcuni gravi. E' questo invece, purtroppo, il drammatico inaccettabile bilancio dell'attacco in forze della Guardia Civil ai partecipanti al voto referendario sull'indipendenza della Catalogna del primo ottobre.
Una settimana prima, l'attenzione internazionale era rivolta all'esito favorevole del referendum indetto per l'indipendenza del Kurdistan, un problema atavico riguardante un popolo "senza patria", più volte oggetto di veri e propri eccidi da parte dei potenti Stati ai confini dei quali sono i territori occupati dai curdi; un popolo che soprattutto in questi ultimi anni ha voluto dare, con grandi sacrifici di vite umane, un determinante contributo militare al mondo civile nella lotta al terrorismo dello Stato Islamico.
Nulla faceva prevedere che il referendum indetto dal Parlamento regionale di Barcellona per l'indipendenza (in ultima analisi, più realisticamente per il rafforzamento dell'autonomia!?) potesse essere affrontato dal governo centrale di Madrid alla stregua di come si sa che si regolano i conti con le minoranze nello Yemen, ad esempio. Nella civilissima Barcellona e provincia, in piena Europa, al contrario, c'era solo una civilissima pacifica popolazione intenta a voler esprimere una scelta inerente il suo futuro. La Corte costituzionale aveva dichiarato illegittimo il voto referendario ma il governo autonomo della Catalogna ha ritenuto comunque di procedere a far esprimere la popolazione. Per uno dei principali Paesi democratici dell'UE come la Spagna, anche in virtù dell'adesione ai principi base comuni, poteva essere sufficiente la garanzia costituzionale legata alla pronuncia di illegittimità del referendum per poi decidere il da farsi di fronte ad un pronunciamento illegittimo. Sicuramente non è ipotizzabile che la popolazione catalana sarebbe scesa in armi a difesa fideistica della scelta fatta a favore dell'indipendenza dal 90% (e 7,8% contrari) dei 2.252.000 votanti, su 5.360.000 aventi diritto al voto.
Se le condizioni di voto fossero state normali e avessero riguardato una maggioranza ampia di partecipazione anche i "no" all'indipendenza di sicuro sarebbero stati di più, visto che anche il sindaco di Barcellona Ada Colau si era espressa contro, ma a favore della libera espressione del voto. Molto più ragionevolmente e probabilmente, per le diversificate implicazioni interne alla Spagna ed esterne, in rapporto soprattutto all'Europa, nei piani del governo catalano più che su una netta immediata separazione si mirava a costringere Madrid a contrattare un potenziamento di autonomia quanto più simile ad uno Stato confederato (tipo USA). Nella forzatura del voto e nella radicalizzazione della scelta dell'indipendenza di certo hanno pesato le battaglie e gli interessi tra la politica nazionale e quella autonomistica da tempo acutizzatisi. Madrid ha fatto l'errore di usare la forza e adesso le cose si sono molto complicate. Qualcuno teme il risveglio di spinte verso la violenza come avvenne con i Baschi.
Le complicazioni riguardano anche l'Unione Europea, che finora ha sempre e solo dato dei fatti di Barcellona una lettura istituzionale, considerando le ragioni delle valutazioni dello Stato spagnolo e della sua Costituzione, ma non può chiudere gli occhi davanti ad azioni repressive delle libertà di intere regioni e comunità etniche europee. In Europa non mancano situazioni di conflitto etnico e politico, dall'Irlanda alla Scozia, dal Belgio – con i separatismi tra fiamminghi e valloni – alla Romania che ha il problema delle minoranze ungheresi, e non sempre e dappertutto si riescono a definire condizioni ottimali di convivenza come in parte può essere l'esempio altoatesino italiano. Resta il fatto che se da un lato l'UE deve sicuramente occuparsi di salvaguardare i diritti delle minoranze e le giuste richieste di autonomia, dall'altro lato ciò non può e non deve rappresentare un contrasto con la politica comunitaria nel raggiungimento dei migliori traguardi in campo sociale, economico e culturale e nel perseguimento della realizzazione degli Stati Uniti d'Europa.


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