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Patto Gentiloni e legge elettorale (corsi e ricorsi della storia)

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Filippo Piccione

13-10-2017

Non tutti ricordano che verso la fine del 1912 fu stipulato il cosiddetto Patto Gentiloni, dal nome del conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, che era stato chiamato a presiedere un incontro politico intervenuto fra Giovanni Giolitti e l'Unione Elettorale Cattolica Italiana, un accordo che prevedeva il suffragio universale maschile in vista delle elezioni politiche del 1913. Anche allora si discuteva e ci si accordava sulle leggi elettorali. Ma la cosa più curiosa è che il nonno Vincenzo Ottorino e il nipote Paolo, attuale presidente del Consiglio, sia pure in tempi e in ruoli diversi, si siano trovati a essere protagonisti di un passaggio importante della vita politica nazionale del nostro Paese: il varo di una legge elettorale che potesse andare bene a tutte le parti in causa.
A questa premessa, è opportuno soltanto aggiungere che l'odierno "Patto Paolo Gentiloni", stretto con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il Segretario del Pd, Matteo Renzi, ha una diversa connotazione e una diversa rilevanza politica rispetto alla situazione che si era presentata nel secolo scorso. Soprattutto per le vicende che hanno contrassegnato le presentazioni e le discussioni dei disegni di leggi elettorali da un paio di decenni a questa parte. Per il semplice motivo che ogni tentativo di mettere tutti d'accordo, per mille pretesti e contorsioni delle forze e dei gruppi parlamentari, era destinato prima o poi a saltare. Basta in proposito ricordare che una delle principali condizioni poste da Giorgio Napolitano per il secondo mandato presidenziale fu quella di approvare subito una nuova legge elettorale. Ora ci troviamo nella situazione nella quale, volendo una nuova legge elettorale, dopo un'interminabile sequela di go and stop e di fallimenti, sarebbe stato necessario, come poi è avvenuto, mettere la questione di fiducia. Perché il problema oramai è quello di fare presto. Arrivare prima della data d'inizio della sessione di bilancio e ottenere, dopo quello della Camera, il Sì del Senato sul Rosatellum bis, non perdendo di vista anche la data delle elezioni siciliane del prossimo 5 novembre. Altrimenti, non tanto per le barricate del M5S e MDP e le perplessità di Pisapia, diventerebbe assai probabile andare al voto in primavera 2018 con il doppio Consultellum, che sappiamo tutti essere un sistema disomogeneo, strampalato e interamente proporzionale, situazione che è diventata la principale preoccupazione del Capo dello Stato. Mentre da parte di M5S, MDP e Campo Progressista si parla di atto grave e di attacco alla democrazia, arriva però il via libera della Lega e di Forza Italia.
Questo è il quadro che ne esce fuori. E se è giusto affermare che l'approvazione di una legge elettorale debba avere il massimo consenso delle forze interessate, è altrettanto opportuno sottolineare che allo stato delle cose l'intesa su questa riforma elettorale va ben oltre i confini della maggioranza.
L'orientamento del Quirinale è inequivocabile perché continua a considerare positivo l'impegno in Parlamento per giungere a una legge elettorale, auspicando che questo avvenga con una vasta adesione. Nell'ipotesi la legge non venisse varata, sarebbe giocoforza ricorrere a un decreto per mettere qualche toppa al Consultellum, la qual cosa non sarebbe ininfluente anche dal punto di vista istituzionale, anzi ancora peggio dall'aver ricorso alla fiducia, che almeno si propone rispetto ad una riforma largamente condivisa.
Era inevitabile e sarà inevitabile lo scontro. Da una parte c'è chi agita un colpo di mano e persino un attentato alla democrazia, dall'altra c'è chi parla di coerenza. Il governo, presieduto da Paolo Gentiloni, sul tema di legge elettorale non voleva assumere il ruolo di attore protagonista – come aveva dichiarato nel giorno del suo insediamento – ma la situazione è diventata tale che non gli ha consentito di restare alla finestra. Ricorrendo al voto di fiducia. Un atto estremo di responsabilità che avrà le sue immediate conseguenze sul futuro del nostro Paese, qualunque sia l'epilogo della vicenda.


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