:: POLITICA ::
Arriva l'ultima legge di Bilancio di una legislatura iniziata nella recessione

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Filippo Piccione

05-11-2017

Quest'anno la sessione di bilancio è stata preceduta dallo scontro politico sulla nuova legge elettorale, non sono meno violento di quelli che avevano caratterizzato la campagna referendaria sulla riforma costituzionale, conclusasi il 4 dicembre 2016 con la sconfitta di Matteo Renzi, che fu costretto a lasciare la guida del governo. Una legge elettorale che è stata congedata dal Parlamento grazie al ricorso del voto di fiducia, provocando, oltre che polemiche e drastiche prese di posizione (vedi Pietro Grasso che abbandona il Pd e il suo gruppo parlamentare), un rimescolamento degli schieramenti, dato che alcuni partiti dell'opposizione che avevano votato No al referendum, come Forza Italia e Lega, hanno trovato in questa occasione l'accordo con il segretario del Pd.
Se si può dire che la battaglia della legge elettorale sia un proseguimento di quella sul referendum costituzionale, si può allo stesso modo sostenere che la politica economica dell'attuale governo sia la prosecuzione di quella portata avanti dal governo Renzi. Tanto è vero che il perseguimento del pareggio strutturale del bilancio, correlato alla riduzione del pesante fardello del debito pubblico che grava sul presente e sul futuro dell'Italia, è avvenuto grazie a un confronto con l'Europa, attraverso il quale si sono ottenuti significativi margini di flessibilità che hanno consentito di rimettere in moto – dopo il lungo periodo di austerità, imposto principalmente dalla Germania – la crescita e l'occupazione. Anche in questo caso si può dire che l'obiettivo è stato abbondantemente raggiunto, se si tiene semplicemente presente che all'inizio della legislatura il tasso di recessione oscillava fra il -3 e il -2,8 per cento, esponendo il nostro Paese a rischi gravi soprattutto per l'incombere della spada di Damocle della procedura d'infrazione europea, accanto al quotidiano umiliante rinfacciarci il nostro deficit eccessivo perché avevamo superato il fatidico 3 per cento di disavanzo.
A giudicare dai dati disponibili, ora sembra che si sia voltato pagina. Ora che siamo alla vigilia della conclusione della legislatura, il Pil registra un più 1,5 per cento, oltre ogni previsione. Il 4 e mezzo di punti in più di Pil e un deficit intorno all'1,6 per cento – praticamente dimezzato – rispetto all'inizio della legislatura è oramai un dato assodato e per giunta riconosciuto senza riserve dalle società internazionali di rating. Se a tutto ciò si aggiunge che in quest'arco di tempo si è aggiunto un milione di nuovi posti di lavoro, la produzione industriale vola verso l'alto e la bilancia commerciale mostra un attivo così rilevante da collocare il nostro Paese subito dopo la Germania, nessuno può negare che siamo di fronte a un risultato di estrema importanza. In questo quadro si spiega anche perché l'edilizia torni a crescere dopo un lungo periodo di stasi, così come le banche tornano a vedere in maniera più serena il futuro dopo una lunga parentesi di buio per aver subìto anch'esse i colpi micidiali della recessione e il dramma provocato dalla crisi del debito sovrano.
Questo non vuol dire di per sé che la legge di Bilancio presentata dal governo sarà una semplice passeggiata. Ci sono problemi che attendono da anni una soluzione, a cominciare da quello dell'instabilità politica che, unita all'elefantiasi del debito pubblico, frutto delle sciagurate politiche previdenziali adottate negli anni settanta e ottanta e dall'esaurirsi degli effetti espansivi della politica monetaria della Bce, ridurrà le poche risorse disponibili che comunque vanno indirizzate a obiettivi di qualità economici e sociali, in primis l'occupazione giovanile e gli investimenti destinati sia all'ammodernamento degli impianti che alla qualificazione delle risorse e del capitale umano.
C'è un punto fondamentale di cui Governo e Parlamento da un lato e le forze sociali dall'altro devono tener conto. Riguarda l'età pensionabile e l'aspettativa di vita. In questo quadro non vanno trascurate alcune priorità, come consentire l'uscita anticipata dal lavoro a chi svolge mansioni particolarmente gravose e usuranti. Il confronto con i sindacati su questo terreno sembra avviato, per individuare le categorie che potrebbero essere escluse dall'adeguamento del limite pensionistico di sessantasette anni. I lavoratori interessati sono per esempio operai edili, maestre d'asilo, camionisti. Al primo incontro con Cgil, Cisl e Uil, Gentiloni ha voluto ricordare ai suoi interlocutori di non mettere in discussione il meccanismo introdotto nel 2010, pena il rischio concreto di compromettere la credibilità internazionale del nostro Paese. Su questo presupposto si prevede di istituire un tavolo tecnico, con verifica politica fissata per il 13 dicembre e il mandato specifico di approfondire due punti: la definizione di categorie che potrebbero essere escluse dall'adeguamento ed eventuali modifiche del meccanismo di calcolo. L'eventuale intesa sarà trasformata in un emendamento governativo alla legge di Bilancio.


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