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Le morti bianche (nere) sul lavoro, un'altra volta in crescita

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Rosanna Pilolli

05-11-2017

Gli incidenti mortali sul lavoro, definiti inspiegabilmente "morti bianche" mentre sono nere, nerissime e tornano ad aumentare, pesando così sulla neonata ripresa economica. Le cifre sono drammatiche e alle notizie si aggiungono i silenzi e le inefficienze.
Questi gli ultimi casi: 6 settembre, Settimo Torinese. Un operaio muore schiacciato dalla pressa di un'azienda di componenti meccanici. Stesso giorno a Roccavione, in provincia di Cuneo, un altro operaio è stritolato dal meccanismo mobile di una fabbrica. 9 settembre a Presicce, in provincia di Lecce, un lavoratore precipita dall'interno di un capannone. A Ossolano (Verona) un altro operaio perde la vita colpito da un gancio sospeso di un'acciaieria. La lista continua a Milano, dove l'11 settembre un operaio è schiacciato da un ponteggio crollato improvvisamente all'interno di un cantiere edile. E purtroppo ancora.
Nei primi mesi di quest'anno, i dati INAIL riportano che i morti sul lavoro sono aumentati del 5,2% rispetto agli stessi mesi dello scorso anno, portandosi a quota 591. A perdere la vita a causa dell'attività svolta (spesso precaria e mal retribuita) sono soprattutto gli uomini, ma comincia ad emergere un drappello di donne, anche quello in avanzata. Gli aumenti più forti si verificano al Nord del nostro Paese, con 5.800 casi in più rispetto alla media, 245 decessi in Emilia-Romagna. Il Sud tiene lo stesso valore numerico degli scorsi anni delle tragedie sul lavoro. E inoltre, cifre altissime di feriti rimasti poi invalidi.
Dunque si è detto, tendenza ribaltata dopo anni di calo. Si è sostenuto da parte dei "media" di livello che l'aumento della mortalità sul lavoro sarebbe un effetto perverso della economia che riparte ma anche (sottovoce) della mancanza di una politica di prevenzione immobile da anni. La messa in sicurezza di fabbriche e cantieri in pesante stato di inerzia soffre anche l'insufficienza di controlli pubblici. Il corpo ispettivo soffre di vuoti di organico permanente. Quanto alle vittime, è davvero insolente pensare che un disoccupato da lungo tempo, precario e non troppo giovane, si metta a discutere sulla eventuale scarsa protezione contro le cadute dall'alto o se le presse sono dotate di meccanismi di trattenimento.
E non tutte queste sciagure avranno un indennizzo (pari, per i familiari superstiti, alla metà della retribuzione del lavoratore che ha perso la vita). E' indispensabile ovviamente che quanto è accaduto sia collegato direttamente al lavoro e soprattutto che il salariato sia stato iscritto all'INAIL prima di perdere la vita. Così viene riconosciuto soltanto il 65% dei casi denunciati. Il che significa che il 35% di quei morti non conta, non sono mai esistiti, sono fantasmi a beneficio di chi, sfruttandoli, li ha pagati in nero.


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