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InQuiete al Pigneto

Scrittrici a confronto

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Francesca Civerchia

05-11-2017

Un po' in sordina si è svolta al Pigneto, tra il 22 e il 24 settembre scorsi, la prima edizione di InQuiete, un Festival di scrittrici, "uno spazio per ridisegnare il ruolo delle donne nella letteratura", come recita in apertura l'opuscolo illustrativo. Un progetto nato da cinque giovani donne della Libreria Tuba che in pochi mesi hanno reso possibile questa iniziativa, ottenendo un finanziamento da "Produzioni dal Basso" di Banca Etica e soprattutto il sostegno di decine di piccole e grandi donazioni.
La via pedonale del Pigneto ha accolto una moltitudine di persone oltre ai frequentatori abituali dei locali, in una bella e vivace mescolanza, nel tratto di strada tra la biblioteca comunale Goffredo Mameli e la libreria Tuba. Nel cortile della biblioteca si sono alternate sul palco quaranta scrittrici, che hanno dialogato fra loro e presentato libri all'interno di un programma densissimo, articolato in diverse sezioni: riflessioni critiche su temi legati alla scrittura, ritratti di signore della letteratura del passato e contemporanee come – tra le altre – Virginia Woolf e Annie Ernaux, laboratori per bambini e confronti sulla letteratura ad essi dedicata, momenti conviviali (colazioni, pranzi o cene) con autrici, proiezioni, concerti. Una kermesse che ha messo in contatto lettori e lettrici con la complessità e la ricchezza della scrittura femminile, troppo spesso relegata dalla critica in un ambito minore a dispetto dei numerosi titoli di donne presenti sul mercato.
Molti guardano con sufficienza a un festival di donne, con l'obiezione frequente che la scrittura non ha sesso, ma forse sarebbe il caso di prestare più attenzione alla disparità esistente tra il gran numero di scrittrici e il loro scarsissimo riconoscimento. Al riguardo lo scorso ottobre è stato avviato un dibattito su IlLibraio.it con un intervento dell'editore Luigi Spagnol ["Maschilismo e letteratura, cosa ci perdiamo noi uomini?" su IlLibraio.it] che si è premurato di verificare il numero di scrittrici vincitrici, nel tempo, dei più importanti premi letterari internazionali: Nobel, Goncourt, Booker, Strega, Pulitzer. Davvero scoraggiante il risultato di tale analisi: 335 uomini e 67 donne, vale a dire 5 a 1 per gli uomini. Conforta constatare che sia stato un uomo a sollevare la questione, un editore che dichiara di pubblicare indipendentemente dal sesso dell'autore, ma che ha l'onestà intellettuale di sollevare la questione. Dopo di lui anche il giornalista Luigi Cruciani ["Strega, Campiello & co. I premi letterari sono tutti maschi", su Pagina 99] ha ripreso il tema, estendendo ai premi italiani la ricerca, da cui è emerso che la percentuale delle donne vincitrici è compresa per lo più tra il 10 e il 15%, con l'eccezione del Campiello (20,7%) e del Calvino (37,8%).
Sulla scia di questi interventi si è aperta una discussione sulla stessa rivista, che ha ospitato scritti di Elena Varvello e Bianca Pitzorno sull'esistenza o meno di una scrittura femminile e di Michela Murgia ["Cultura maschilista? Dai festival ai giornali, la sottorappresentazione delle donne" su IlLibraio.it] sul problema di una "sottorappresentazione" del pensiero delle donne nella letteratura. In particolare quest'ultima ha commentato in modo pungente e spiazzante una serie di risposte che le è capitato di ricevere da direttori di festival o di palinsesti. La sua è la denuncia di un atteggiamento sessista, a volte inconsapevole, che non tiene conto del fatto che le donne non rappresentano una minoranza da tutelare ma la metà del genere umano. Quindi ben venga un festival come InQuiete per ricordare e soprattutto rendere tangibile l'esistenza di un talento femminile diffuso e capace di costruire nuove reti di relazione.
Nelle tre giornate del Festival sono emerse scritture diverse, molte delle quali impegnate in uno scavo sistematico alla ricerca di storie da scoprire o riscoprire, di personaggi rimasti imbrigliati nella rete del tempo. È il caso di Helena Janeczeck con il suo "La ragazza con la Leica" [Guanda, 2017], presentata da Daniela Brogi. La ragazza del titolo è Gerda Taro (1910-1937), fotografa e compagna del grande e ben più noto fotografo ungherese Frank Capa, nata a Stoccarda e figlia di commercianti. La scrittrice, che si pone come una ladra di storie per restituire luce a vicende dimenticate, segue le orme di Gerda, ne fa riemergere il talento fino alla sua fine terribile, quando morirà a ventisette anni schiacciata da due carri armati, lei, donna bellissima e splendente, inciampata nelle trappole della storia, stroncata giovanissima quasi a rimarcare con il suo sacrificio il fallimento di una lotta e la tragedia di un'epoca.
E ancora il tempo; si va a indagare nella quadrilogia di Ferrante – "di" e non "della", come è specificato, a rimarcare da parte dei relatori un'indifferenza al mistero sull'identità dell'autore o autrice. Massimo Fusillo (Università dell'Aquila) e Tiziana De Rogatis (Università per stranieri di Siena) individuano nell'opera l'idea della durata, il bisogno di tenere insieme il tempo attraverso una polifonia che rende fedelmente l'intersecarsi delle voci. La lingua usata serve bene allo scopo: un italiano neutro, né retorico, né sperimentale, plastico, tale da accogliere inserti dialettali. Neutro anche lo stile, ma al tempo stesso capace di slanci visionari e di deviazioni splatter. Sono stati poi esplorati i numerosi temi presenti nel testo: il filo conduttore della scrittura con cui si cimentano le due protagoniste secondo uno svolgimento temporale, dalla loro infanzia alla maturità, la labilità delle identità sessuali, l'attrazione anche fisica che corre tra le due donne e quel motivo ricorrente della "smarginatura" di Lila, quel suo ripetuto senso di deragliamento che sembra quasi volere alludere alla ragnatela di voci che mina la forma romanzo, pur assumendolo come base di partenza.
Ritroviamo il tempo già nel titolo dell'ultimo romanzo di Lidia Ravera, "Il terzo tempo", la cui protagonista ci guida in un viaggio attraverso le età della vita, impegnata a vivere pienamente la sua età anziana, con spirito leggero e combattivo, pronta a smentire i luoghi comuni sulla vecchiaia. Quindi raduna intorno a sé, in un ex convento ereditato dal padre, un improbabile gruppo di anziani come lei, vecchi compagni di una comune degli anni settanta, per confrontarsi, e forse riconoscersi, in un momentaneo incrocio delle loro strade, nel tentativo di ritrovare insieme un'idea di futuro.
Questi esempi rappresentano solo una piccola parte degli interventi e delle letture che hanno dato vita a questo primo festival di scrittrici. Per restituire la ricchezza della manifestazione non resta che attingere al programma scaricabile dal sito e approfondire i diversi ambiti del discorso, nella speranza che simili eventi facciano crescere il riconoscimento del valore letterario delle scrittrici nel mondo della critica e dell'editoria.


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