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Ombre, ossessioni e dolori che con istintiva naturalezza diventano "sonno limpido del mare"

Intervista a S. M. R. Giannetta

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Carla Valente

05-11-2017

In Italia, ce lo dicono le statistiche, si legge poco. Figurarsi le poesie. Per questo la presentazione de "Il sonno limpido del mare", raccolta di versi di Samuele Michele Ruben Giannetta, presso la Biblioteca Guglielmo Marconi di Roma, è un atto doppiamente coraggioso. Come doppiamente coraggiosa è stata la decisione della piccola casa editrice indipendente "L'Erudita" di pubblicare un poeta giovane ed esordiente.

Nell'incontrare l'autore, la prima domanda che vorrei porre è: quanto è difficile scrivere poesia oggigiorno?
Ho raccolto queste liriche principalmente per conservarne la memoria. Ripensandoci ora, credo che per compiere questo viaggio io abbia dovuto inevitabilmente scendere nel più profondo di me stesso: per tentare di stabilire un contatto diretto con le ombre che transitavano nella mia mente, le più sommerse, e conseguentemente, costringerle a farle riemergere. Un contatto diretto anche con le ossessioni e i dolori della mia esperienza di vita, portandoli in superficie per riassorbirli alla luce del sole che tutto purifica. Sì, credo che occorra molto coraggio per stendersi nudi al sole! Come scrisse Nietzsche nello Zarathustra? «Scrivi col sangue: e allora imparerai che il sangue è spirito».

Queste poesie sono state scritte nell'arco di dieci anni: qual è stata l'evoluzione dalle prime che ha scritto a quelle più recenti nei temi e nello stile?
Sì, è vero. "Il sonno limpido del mare" racchiude dieci lunghi anni di lucida riflessione; ma non ho mai scritto con l'idea di donarle agli altri se non, forse, ai diretti destinatari delle mie poesie. All'inizio, la mia scrittura si rivolgeva a chi l'aveva concepita e quindi a me stesso e basta. La custodivo gelosamente e di rado la rendevo nota: era qualcosa di terribilmente intimo. Dopo la pubblicazione della raccolta, invece, sono sicuramente più sereno e finalmente pronto a renderla fruibile. La mia attitudine a dialogare incessantemente con me stesso, attraverso l'esercizio quotidiano della scrittura, diventa quasi l'indispensabile chiave di lettura per gli altri che oggi vogliano avvicinarsene e assimilarne il senso. Sostanzialmente la mia scrittura, in questi anni, non è cambiata. Il passato torna incessantemente e nei miei versi c'è sempre lo stesso infinito ripercorrersi. Il momento epifanico nella scrittura, poi, è imprescindibile: sono improvvisi flash che tocca naturalmente al lettore interpretare.

Ha avuto la tentazione di tornare a correggere e riscrivere le sue prime poesie?
Certo che sì! Scrivo per ricordarmi di aver già "sentito", cristallizzando il tutto in sequenze per lo più fulminee che nascono da un'istintiva naturalezza. Nella maggior parte dei casi il testo resta intatto e fedele alla prima stesura. Ma non è sempre così! Resto ancorato all'idea della fecondazione lenta della creazione per cui un'opera, in generale, debba inevitabilmente concludersi in un tempo relativamente lungo. E, inoltre, serve un'incessante riflessione sul verso stesso: medito molto sul modo in cui scomporlo e ricomporlo e scelgo con cura meticolosa ogni singolo lessema".

Lei si è laureato in Storia della critica letteraria con una tesi su Sandro Penna e ha inserito un verso di Baudelaire in una sua poesia. Quali sono i poeti che ama?
Amo infinitamente Sandro Penna. È sicuramente uno dei miei più grandi maestri silenziosi. In lui, forse, ho saputo riconoscere la grazia e il rigore del verso. Amo molto anche Baudelaire ma non sono gli unici che frequento. Tra gli altri, a me piacciono molto Leopardi, Pascoli, Saba, Corazzini, Montale, Caproni, Pavese, Pozzi, Rimbaud, Eluard, Prévert, Genet, Kavafis, Panagulis, E.Meister, Esenin, Kuzmin e Mandel'štam.

Perché ama definire questa raccolta il suo canzoniere?
Perché è un poema con una struttura ciclica. "Il sonno limpido del mare" è né più né meno che un magico tentativo: regresso lungo i gradi dell'essere per un ritorno limpido alla natura primigenia e all'innocenza di quella vita che non stringo più.


Vorrei concludere questa intervista con una sua poesia; quale sceglie?
Bellezza che cadi
sul mondo e sui corpi
affamati di morte: noi due
lontani, in tanto sonno.

È la felicità
– l'ombra di un attimo –
persa con innocenza?
Se ci sfioriamo fingendo
quello che veramente
qualche volta siamo.


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