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Glifosato: l'Europa ai piedi di Bayer-Monsanto

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Giorgio Frasca Polara

05-12-2017

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È stato l'inatteso e ingiustificato voltafaccia della Germania a far pendere a favore della Monsanto – la potente multinazionale produttrice del micidiale erbicida al glifosato – la grave decisione Ue di prorogare per altri cinque anni la commercializzazione in tutti i 28 paesi di un prodotto di cui si denuncia da più parti il rischio-cancro. Sin qui la Germania si era sempre astenuta, in considerazione delle opinioni diverse e contrapposte nel governo, lo stesso governo (tuttavia ora non in carica con piena legittimità perdurando la crisi politica che ha sfasciato la preesistente maggioranza), ma che stavolta ha autorizzato il suo rappresentante a Bruxelles a modificare la posizione e consentire così la licenza per continuare ad avvelenare le produzioni agricole in Europa. Risultato del voto: 18 stati membri a favore, 9 contrari, astenuto il solo Portogallo. Respinte con gli stessi voti sia la riduzione da cinque e tre anni della libertà di inquinare, e sia (manco a dirlo) il blocco totale e immediato dell'uso dell'erbicida.
L'Italia e la Francia (come Belgio, Grecia, Croazia, Cipro, Malta, Lussemburgo e Austria) hanno votato contro, e anzi il nostro ministro dell'Agricoltura, Maurizio Martina, ha assicurato che l'Italia bloccherà l'uso del glifosato entro il 2019. Anche la Francia ha preso una decisione analoga: stop all'uso del veleno prima della scadenza dei canonici cinque anni. La presa di posizione franco-italiana testimonia di una sensibilità, purtroppo minoritaria, per le pressioni delle associazioni ambientaliste, dei movimenti dei consumatori e in Italia della Coldiretti, e per più di un milione di firme raccolte da "Iniziativa dei Cittadini Europei" (Ice) contro il glifosato.
Ricapitoliamo i fatti. Come il 25 ottobre e il 15 novembre la Commissione europea non era riuscita ad ottenere, in sede di organismo tecnico competente (Comitato Paff), il via libera alla proroga perché era mancata, per ben due volte, la necessaria maggioranza qualificata: un complesso calcolo non solo della maggioranza dei paesi membri ma anche della loro rappresentanza di almeno il 65% della popolazione Ue. Poi, nelle ultime ore, il ricorso al Comitato di appello. E qui è avvenuto il colpo di scena maturato nell'ambito dei paesi sin qui astensionisti. Quattro di essi sono passati al "sì": Bulgaria, Polonia e Romania (vedi caso si tratta di alcuni degli stati del Gruppo di Visegràd, il nucleo duro della contro-Europa sovranista) e Germania. E quella che conta ai fini della maggioranza è proprio la Germania, l'unica determinante, se non ai fini della maggioranza, certo – grande com'è – ai fini della rappresentanza del 65% della popolazione.
In buona sostanza la Monsanto ha ottenuto un grosso regalo dall'Ue, ma si tratta di un regalo certo contraccambiato in partenza dalla immensa potenza chimico-industriale produttrice del glifosato, che realizza miliardi di dollari solo con la produzione e la commercializzazione in tutto il mondo di questo veleno che rappresenta, da solo, il 30% dei suoi colossali introiti. Perché è chiara la domanda che ci si pone: che cosa ha fatto cambiare posizione a quattro paesi e soprattutto alla Germania? Quali interessi erano in ballo, e chi li muoveva se non la Monsanto? D'altra parte questa potente multinazionale Usa è stata accusata più volte di avere finanziato direttamente e indirettamente enti pubblici e scienziati per stendere pareri tranquillanti e contro-relazioni agli inquietanti interrogativi degli organismi che hanno denunciato e continuano a denunciare i pericoli insiti nell'uso di questo erbicida: l'Italia ad esempio importa grandi quantità di grano dal Canada dove c'è libero ed enorme uso di glifosato.
A questo punto, e con questo po' po' di risultato (che certifica la subalternità della Ue alla Monsanto e alle altre multinazionali dell'agricoltura), nulla impedisce alla Commissione europea, presieduta da Jean-Claude Juncker, di mettere il bollo sulla decisione della proroga. Il che dovrebbe avvenire il 15 dicembre. Una pura formalità? Politicamente non è così: "Prima che la Commissione recepisca la decisione – sottolineano le associazioni ambientaliste – serve continuare e se possibile rilanciare la mobilitazione: nessun regalo alle multinazionali, nessun compromesso al ribasso sulla pelle delle persone e ai danni all'ambiente".


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