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Federalismo fiscale alla leghista, e l'unità solidale italiana va a catafascio

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Andrea Lijoi

05-12-2017

Dal tank "armato" leghista in piazza San Marco a Venezia di venti anni orsono, al referendum autonomista di qualche settimana fa, inseguendo la secessione della ricca Padania dal resto dell'Italia e soprattutto da Roma "ladrona" e dal Sud sanguisuga e sprecone.
Nel tempo la Lega Nord ha "adattato" le parole d'ordine e la strategia politica, giungendo al perseguimento del cosiddetto federalismo fiscale, ossia alla modifica costituzionale sulle competenze regionali al fine dell'autogestione della maggior parte dell'introito fiscale regione per regione, destinando quote parti residuali ai compiti statali e alla "solidarietà" verso i territori più bisognosi, come previsto in Costituzione.
L'obiettivo del federalismo fiscale non ha avuto fortuna anche a seguito della catena di scandali che la magistratura ha fatto scoppiare in quasi tutte le Amministrazioni regionali, mettendo in luce in particolare l'utilizzo fraudolento delle risorse pubbliche da parte degli amministratori locali. La dimensione degli scandali è stata tale che fino ad oggi molti studiosi e rappresentanti delle istituzioni hanno manifestato dubbi sulla capacità futura di efficienza e buon governo del sistema regionalistico varato nel 1970, proponendo addirittura l'abolizione degli Enti Regione.
Come se nulla fosse, rispetto ai ripensamenti seguiti agli scandali, le regioni Lombardia e Veneto, a presidenza leghista, hanno voluto chiamare la popolazione a pronunciarsi con un costoso referendum sul rafforzamento dell'autonomia regionale attraverso il trasferimento di una ventina di competenze, finora statali o cogestite stato-regioni, e relativi schei per la gestione. Una mossa, non proprio "inutile" come è stata giudicata da qualche leader politico, che, oltre a gettare a mare una necessaria riflessione sul regionalismo italiano dopo quasi cinquanta anni di esperienza, con picchi di negatività come detto, nei fatti appare escogitata per richiamare in vita il totem del federalismo fiscale alla caccia del tesoro, come insegnato dal patriarca Bossi (il quale nel frattempo insegnava anche come si fa uso personale del finanziamento di Roma ladrona al partito!).
Secondo qualche mosca bianca di teorico costituzionalista, subentrato a sostegno delle tesi leghiste ai teorici guru che nel tempo si sono rivoltati contro, ci vuole "meno Stato nelle regioni virtuose e più Stato in quelle incapaci", con l'implicito corollario del "chi più ha più ottiene, chi meno ha meno ottiene", specie in termini finanziari ("La pretesa veneta dello statuto speciale è legittima!").
Eppure, a guardare bene, le due regioni che pretendono più autonomia, se non addirittura specialità o secessione dopo aver rinnegato a parole per anni il Belpaese, sono state più di altre nel ciclone degli scandali soprattutto nella sanità, nelle opere inutili come l'autostrada BRE-BE-MI, in quelle speculative delle banche venete e in quelle faraoniche come il MOSE di Venezia che, mentre le sue paratie non si alzano più perché arrugginite, continua a macinare miliardi su miliardi di euro di spesa pubblica, il cui importo basterebbe da solo a compensare per i prossimi venti anni le pretese venete sui cosiddetti "residui fiscali" per il supposto surplus di tasse pagate.
In questa ottica, certo, i costosissimi (se li possono permettere!) referendum di Lombardia e Veneto appaiono paradossali più che inutili.
Intanto, il sasso in piccionaia è stato lanciato e ora i lumbard attendono di ottenere il massimo e magari con le elezioni di primavera sperano di riprendersi da sé al governo il federalismo fiscale maltolto e realizzarlo in modo innaturale in uno Stato la cui Costituzione non lo prevede e organizzare uno Stato Federale mandando a catafascio sostenibilità dei conti pubblici, solidarietà nazionale, etc.
Il paradosso è anche quello che si può dedurre dall'esempio del Comune di Cortina, dove si vuole con referendum staccarsi dal Veneto e dove però molti abitanti della frazione più ricca pensano di chiedere l'autonomia finanziaria per non pagare le spese delle altre frazioni.
La Lega Nord, comunque, stranamente in auge elettorale in questo strano Paese, si è premunita di un piano B, dovessero andare male le cose, eliminando quel controproducente "Nord" dal proprio simbolo al fine di continuare meglio ad assorbire le magre risorse del Sud con il trasferimento del risparmio nelle casseforti delle proprie banche e con le rimesse alle casse del loro sistema sanitario della gran parte delle quote di fondo sanitario toccate alle regioni meridionali.


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