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Ignoranza e conoscenza, dall'oracolo di Delfi a quello di Mountain View

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F. C.

05-12-2017

Un saggio uscito quest'anno, ad opera di Antonio Sgobba, è un interessante sorta di trattato sul confine labile tra conoscenza e ignoranza, un rovesciamento del senso comune che attribuisce ogni valore alla prima e disprezza la seconda.
Si parte da molto lontano, come si annuncia nel titolo ("? - Il paradosso dell'ignoranza da Socrate a Google"; Antonio Sgobba, ed. Il Saggiatore, Milano, 2017), individuando i filoni che si sono sviluppati nel tempo per sostenere un orientamento o l'altro del sapere umano.
Si scoprono antesignani dell'ideologia di un Trump che non teme di apparire ignorante quando afferma con orgoglio che in politica l'importante è fare accordi, senza bisogno di un programma articolato in punti. Basta fidarsi. Di lui naturalmente, come risponde sfacciatamente a un giornalista che nell'agosto 2015 gli pone domande in quanto candidato alla presidenza. Sorprendentemente già nel 1849 si era affermato negli Stati Uniti il Know Nothing Party, un partito di americani bianchi e protestanti contro l'immigrazione di cattolici irlandesi, il cui slogan recitava: "Non so niente, conosco solo il mio Paese e nient'altro".
D'altra parte sono insospettabili i padri nobili di orientamenti a noi contemporanei, anche i più rozzi culturalmente.
Si può partire dall'invettiva di Luciano di Samosata "Contro un bibliomane ignorante", raffigurato come un asino che non capisce niente di quello che legge e muove le orecchie al suono della cetra, per arrivare al pamphlet "Sull'ignoranza delle persone colte" dello scrittore inglese William Hazlitt, vissuto tra Settecento e Ottocento.
Senza dubbio non si può non citare Rousseau che, pur all'interno dell'Enciclopedia, tesse l'elogio della natura a scapito della civiltà che contribuirebbe a corrompere le qualità innate nell'uomo. Per questo l'autore dell'Emilio fu isolato dagli ambienti illuministi del suo tempo, anche se poi riuscì ad incidere con il suo pensiero sulle istanze egualitarie della rivoluzione francese.
Ancora di rigetto della conoscenza si parla nel romanzo di Flaubert "Bouvard et Pecuchet", in cui i due protagonisti sfidano il mare aperto del sapere nel folle intento di conoscerne tutti gli ambiti disciplinari, da quello scientifico a quello umanistico. Ma la sfida si risolve in un fallimento perché è come chiudere in una mano l'infinito. L'impresa titanica si conclude con il ritorno al loro mestiere di copisti.
L'autore di questo saggio, con ricchezza di riferimenti filosofici, storici, cronachistici, contemporanei con qualche concessione pop, mostra quanto nel tempo si sia dibattuto e si dibatta sulla polarità conoscenza-ignoranza.
Scopriamo così che, in un'epoca di Positivismo trionfante che professava un'incondizionata fiducia nella scienza e confidava nel suo infinito potenziale conoscitivo, durante un'importante assemblea di naturalisti e medici tedeschi a Lipsia (1872), una voce dissonante si leva a smorzare gli entusiasmi di tale convegno. Si tratta di uno dei più illustri scienziati del tempo, Emil Du Bois-Reymond, che non esita a puntare il dito sui limiti della scienza. Il suo Ignoramus si trasforma con grande scandalo dei suoi colleghi in un Ignorabimus, a significare che non c'è alcuna speranza di comprendere l'ignoto non solo nel presente, ma anche nel futuro.
Tale tesi "disfattista" creerà una serie di reazioni tese a confutarla da parte di uomini di scienza e di spettacolo, con grande vis polemica.
Il saggio di Sgobba si concede un intermezzo che sembra interrompere la disamina storica sulla conoscenza, salvo poi riprenderla al termine di questa apparente divagazione. Il racconto si tinge di nero quando ci si trova proiettati nell'Edimburgo degli anni venti dell'Ottocento, al tempo in pieno fervore per gli studi di anatomia. È qui che si incrociano le strade del dottor Knox, illustre medico scozzese alla ricerca di cadaveri da sezionare, e di Burke e Hare, due irlandesi spiantati e alcolisti che si improvvisano imprenditori della morte. Essi diventano assassini seriali di almeno quindici vagabondi, i cui corpi nessuno rivendicherà e quindi risulteranno vendibili e fonte di guadagno.
Dove finisce allora il discorso sulla conoscenza? Si ritrova nel pieno del suo stato febbrile e bulimico, in quella che è stata definita "la rivoluzione anatomica". Tale è il bisogno di carpire i segreti del corpo umano e dei suoi nessi con gli altri organismi viventi che medici e luminari non esitano a procacciarsi cadaveri in modi illegali e intrecciati con la criminalità, non essendo sufficienti i cadaveri dei condannati a morte, gli unici destinati alla dissezione. Si crea così un indotto che vede all'opera ladri di cadaveri appena seppelliti o addirittura assassini, come nel caso dei due irlandesi.
Riguardo alla loro improvvisata "ditta", tutto verrà scoperto e finirà, come d'obbligo, nel peggiore dei modi: il medico cadrà in disgrazia nel disprezzo generale e dei due killer, uno sarà graziato in quanto collaboratore della giustizia, l'altro, come a chiudere magistralmente il cerchio, offrirà di sé un doppio spettacolo al cospetto di un pubblico eccitato e festante: la prima volta con la sua impiccagione sulla pubblica piazza affollatissima, la seconda come attore sacrificale offerto sul tavolo autoptico in un'aula universitaria dove vorrebbero entrare in trentamila. Un altro chirurgo effettuerà la dissezione in continuità con la sfida del dottor Knox, per una conoscenza spinta oltre i limiti, a qualsiasi costo. Del criminale Burke resteranno dei brandelli di pelle accaparrati avidamente da diversi spettatori del rito macabro.
L'autore riprende i binari del suo saggio dopo lo slittamento noir che contribuisce a confermare i limiti della conoscenza, rappresentata da fisici e pensatori come un'isola nell'oceano insondabile di ignoranza.
Come per il geniale e discutibile dottor Knox il sogno di accedere a una conoscenza totale si infrange contro i limiti imposti dalla legge, così l'illusione di poter dominare l'ignoto crolla sotto i colpi di riflessioni che nel corso dei secoli ne svelano l'inconsistenza. Più si estende l'isola, per riprendere la metafora geografica, più si estendono le rive dell'ignoranza.
Si indebolisce anche l'esortazione dell'oracolo di Delfi a conoscere se stessi. Chi può dire di conoscersi veramente? Socrate afferma di sapere di non sapere. È da qui che occorre partire, superando la paura dell'ignoranza e l'illusione della conoscenza.
Eppure nella nostra epoca c'è chi ci conosce meglio di noi stessi. È un'entità immateriale, non umana, forse disumana, un algoritmo, un sistema di organizzazione di dati in termini di exabyte, numeri da capogiro, impossibili quasi da leggere per i non addetti, essendo un exabyte seguito da cinque terne di zeri. Nessun essere umano potrebbe avere il controllo di una biblioteca simile, più gigantesca di quella babelica concepita da Borges.
Una vera rivoluzione operata da colossi come Apple e Google, la cui "assenza di umanità" rappresenta la chiave del loro successo. Google appare come una nuova divinità, sa tutto, domina ogni ambito dello scibile umano e con applicazioni sempre più sofisticate supera il semplice accumulo archivistico dei dati, li sottrae a una mera elencazione, li mette in relazione, li interpreta e arriva a sapere anche di noi.
Così ci avverte – o minaccia – l'amministratore delegato di Google, Erich Shmidt, in un'intervista del 2010, rivolgendosi a tutti noi: "Non abbiamo bisogno che ce lo scrivi. Sappiamo dove sei. Sappiamo dove sei stato. Possiamo saper più o meno a che cosa stai pensando."
Chissà se Socrate avrebbe aggiornato il suo invito alla conoscenza alla luce del potere divino di Google?
"Google sa già tutto di me. Che almeno si renda utile", ci rassicura con un sorriso lo scrittore inglese James Carmichael.
Per concludere queste note sul saggio di Sgobba, si può citare l'autore quando afferma che i fedeli che si rivolgevano al dio Apollo a Delfi dovevano impegnarsi a conoscere se stessi, mentre i fedeli di Google possono risparmiare la fatica perché Google può conoscerli molto meglio.


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