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Buon compleanno, cara Costituzione

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31-12-2017

Questo articolo è comparso anche sul sito Radio Articolo 1

Il salutare fallimento del referendum con cui si proponeva (meglio, si pretendeva, e con grancasse da circo) di riformare la Costituzione, quel fallimento ci regala oggi e anzi ci impone, alla vigilia del 70esimo anniversario della entrata in vigore della Carta (1 gennaio 1948, dopo essere stata promulgata il 27 dicembre del '47), una riflessione ottimistica e insieme preoccupata sulle sorti della massima espressione delle regole su cui si fonda l'Italia che, come afferma solennemente l'articolo 1, è "una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Spazzato via dunque il tentativo di mutarne profondamente il volto, teniamoci dunque cara questa Costituzione e battiamoci ancora per la piena attuazione dei suoi principi.
Perché, come ricordò nel 1955 Piero Calamandrei in un celebre discorso agli studenti, "la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica, l'indifferentismo politico". Che oggi si è tradotto in disprezzo per la politica e in assenteismo. E che ha sostituito al confronto la rissa mettendo da canto i drammatici problemi con cui dobbiamo ancora misurarci: il lavoro, la precarietà, l'occupazione giovanile e nel Mezzogiorno, la incapacità in settori vasti del Paese di misurarsi con l'estraneo (e non è solo la "questione dello ius soli" rimasto nei cassetti). E potremmo proseguire con la questione femminile (dal femminicidio alla negata libertà d'aborto nel Sud), gli asili nido pochi e cari e la "buona scuola" che scontenta tutti: docenti, alunni, personale amministrativo.
Già, ma l'articolo 34 dice che "i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". E chi non ha i mezzi, appunto? Allora c'è un altro articolo, l'articolo 3, forse il più importante della Costituzione, che alla Repubblica affida il "compito [di] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". E quindi: dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutte le donne e a tutti gli uomini dignità, dignità e ancora dignità. Nulla di più attuale, ancora oggi a distanza di settant'anni da quando questo impegno è stato assunto. E' quindi anche un giudizio implicito, quello che dà la Costituzione; un giudizio polemico contro la struttura, l'ordinamento sociale di oggi come di ieri, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale che la Costituzione mette nelle mani dei cittadini.
E infatti grandi lotte hanno segnato questi anni, grandi trasformazioni sono state imposte a prezzo alto e talora bagnato dal sangue di tanti lavoratori, grandi speranze sono state accese ma anche grandi infamità, anche di recente, hanno persino spento antiche conquiste operaie che andranno presto recuperate. Ecco perché la nostra riflessione deve essere da un lato ottimistica – a maggior ragione dopo che il nuovo attacco alla Costituzione è stato sconfitto – e dall'altro lato preoccupata per il lungo cammino che ancora ci aspetta per vedere realizzati davvero tutti i principi di cui è innervata la nostra Costituzione. Non dimenticando mai che essa è nata sulle rovine di una guerra infame e sulle speranze accese dalla Resistenza e dalla Liberazione, e dalla unità delle forze, politiche e sindacali, che si richiamavano al comunismo, al socialismo e al cattolicesimo democratico.
Perché ricordo la guerra infame? Perché la Costituzione ci ricorda, all'articolo 11, che "l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli": la patria italiana in mezzo alle altre patrie, senza assurdi nazionalismi o, peggio, "sovranismi" o, ancor peggio, doppi passaporti all'austriaca. E perché ricordo Resistenza e Liberazione? Perché quello spirito forte ha ispirato quel passaggio dell'articolo 2 che richiede a tutti "l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Quanto dolore per giungere a questa Costituzione, e – ripeto – quante lotte, ieri come oggi, per la sua completa attuazione.
"Se voi volete andare in pellegrinaggio là dove è nata la nostra Costituzione – fu la conclusione di quel discorso di Calamandrei agli studenti – andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione". Tocca dunque ora a noi, che appena ieri l'abbiamo difesa da un micidiale tentativo di stravolgimento, batterci perché ovunque, nei suoi 139 articoli, alle nobilissime, forti parole che li compongono corrispondano sempre fatti concreti e sempre più avanzati.


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