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La sinistra in Italia e in Europa. Cosa può fare per non essere minoranza

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Filippo Piccione

31-12-2017

Non basta, anche se può essere considerato un fatto nuovo e positivo, quello di vedere quasi tutti i partiti di sinistra, comprese la Cgil e l'Anpi, partecipare insieme alla manifestazione del 9 dicembre a Como, contro il nazifascismo.
Positivo soprattutto dopo che il generoso tentativo di Pietro Fassino di unire il centro sinistra non era andato in porto. Un percorso che si sapeva già presentasse difficoltà visto che Pietro Grasso, chiamato alla guida di una lista di sinistra – denominata "Liberi e uguali", di cui è stato presentato il simbolo nella trasmissione di Fazio – con dentro il Mdp (Bersani, D'Alema, il coordinatore Speranza), Sinistra Italiana (Fratoianni) e Possibile (Civati), non era solo un annuncio ma una concreta volontà di dare vita a uno schieramento che si collocasse oltre che alla sinistra anche in contrapposizione al Pd di Renzi. Una situazione che ha finito per determinare, dopo un lungo travagliato periodo di ondeggiamenti e di stop e and go, la rinuncia di Pisapia, che avrebbe dovuto mettersi alla testa, o fare da testa di ponte a una sinistra più ampia su cui fare confluire un segmento elettorale molto importante per evitare di disperdere i voti o di incentivare ulteriormente la diserzione degli elettori dalle urne.
A questo punto bisognerebbe chiedersi: cosa e quanto sposta in termini di voti e di seggi la nascita di Liberi e uguali e la quasi contestuale estinzione di Campo progressista, il movimento su cui si era speso l'ex sindaco di Milano? Secondo me i risultati, alla luce di quanto è emerso all'interno della sinistra italiana, potrebbero somigliare a quelli che si sono avuti in Germania negli ultimi dodici anni. Dove le forze riformiste, cioè la somma di socialdemocratici (Spd), e Verdi, con le elezioni dello scorso settembre, dovranno accontentarsi del 30% circa dei consensi, perché il 10 per cento è congelato in una lista di sinistra sinistra (la Linke) , che era nata dalla fusione degli ex comunisti dell'Est con gli scissionisti duri e puri della Spd, guidati da Lafontaine. A tal proposito è utile ricordare che questa lista era nata quando, nei primi anni Duemila, nel secondo governo Gerhard Schröder, l'ultimo cancelliere socialdemocratico della storia tedesca prima che prendesse forma il comando ultradecennale di Angela Merkel, aveva impresso una decisiva spinta riformista, che la sinistra capeggiata da Lafontaine osteggiò con tutte le proprie forze soprattutto per ciò che concerneva la riforma del mercato del lavoro.
E' ormai assodato che i benefici di quelle riforme (allora la Germania era considerata "il malato d'Europa), sono andati in massima parte all'opposizione, ovvero al Cdu/Csu di Angela Merkel. Detto questo, per rimanere nel campo delle analogie appare evidente che la sinistra italiana – quella che d'ora in avanti sarà guidata dall'attuale presidente del Senato – sostanzialmente nasce, per la sua stessa esplicita affermazione, per il rifiuto delle riforme del mercato del lavoro, ritenute sbagliate, volute dal governo Renzi e proseguite dall'Esecutivo Gentiloni. Riforme peraltro assai più blande di quelle introdotte e attuate dalla socialdemocrazia tedesca di Schröder.
Non c'è dubbio che ciascuno su questo terreno può legittimamente avere idee e concezioni diverse. Ma se per un momento riflettiamo su quanto è accaduto in Germania e diamo per assodato che esistono delle affinità fra quello che si è verificato in quel paese e quello che ci riserverà il dopo elezioni politiche in Italia, non è azzardato prevedere che un ipotetico 6, 8, 10 per cento di elettorato che andasse allo schieramento di sinistra di Liberi e uguali sbarrerebbe, non si sa per quante legislature, alla sinistra e al centro sinistra riformista la possibilità di governare.
Sarebbe tuttavia semplicistico oltre che riduttivo fermarci qui e non auspicare che vi possano essere i presupposti, a elezioni avvenute, di un incontro di tutta la sinistra per creare le condizioni per formare un governo democratico e progressista. Questo non ce lo suggeriscono le analogie con il paese preso a riferimento ma anche e soprattutto le differenze. Rispetto alla situazione tedesca, la prima differenza è che in Germania le forze autenticamente populiste, rappresentate da Alternative fur Deutschland di Alice Weidel, non raggiungono neanche il 15 per cento. Mentre in Italia, secondo i sondaggi, i tre partiti populisti: Cinque Stelle, Lega e Forza Italia, sfiorano quasi il 50 per cento. La seconda differenza è data dal fatto che in Germania il baricentro delle forze riformiste è decisamente spostato a destra, dove i popolari della Merkel e i liberali raccolgono il 45 per cento dei consensi, contro il 30 per cento di socialdemocratici e Verdi, mentre in Italia, il centro di gravità delle forze di sinistra riformiste si aggira intorno al 25-30 per cento degli elettori.
In ogni caso, con la nuova legge elettorale, la nascita di una Linke Italiana, salvo sorprese e/o ripensamenti, renderà più difficile la formazione di un governo di sinistra guidato dal Pd.


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