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Nuovo processo per Mafia Capitale, la Procura chiede l'associazione mafiosa

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F.B.

31-12-2017

Nei giorni scorsi il Procuratore Generale di Roma Giuseppe Pignatone ha depositato il ricorso in appello alla sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Roma lo scorso 20 luglio, relativa al processo noto all'opinione pubblica come "Mafia Capitale". Un lungo lavoro investigativo degli inquirenti e della stessa Procura di Roma portò alla luce l'infiltrazione corruttiva del sodalizio d'affari tra Massimo Carminati e Salvatore Buzzi da un lato e un pezzo significativo della politica romana che saccheggiarono, condizionandone l'esito, gli appalti del Comune di Roma e delle sue partecipate.
In quella sentenza, che inflisse pene pesanti a tutti gli imputati riconosciuti colpevoli di numerosi reati, tra i quali spiccarono i venti anni di carcere comminati a Carminati e Buzzi, i giudici non riconobbero le aggravanti dell'associazione mafiosa, sospendendo quindi l'applicazione delle norme previste per la detenzione degli imputati dall'art. 416 bis del Codice Penale. Nelle 3.200 pagine delle motivazioni i giudici sostennero che mancavano, a loro avviso, i tre requisiti essenziali per definire in base alle norme il "metodo mafioso": l'intimidazione, l'assoggettamento, l'omertà. In pratica l'elemento della corruzione in sé non manifestava le caratteristiche previste dal codice penale per questa tipica attività criminale. Nel ricorso, la Procura di Roma sostiene la correttezza del rinvio a giudizio, confortata da almeno due sentenze della Corte Costituzionale.
Il processo d'appello, che potrebbe iniziare in primavera, consentirà di analizzare nuovamente documenti e testimonianze su questo specifico punto, dato che il primo grado ha dimostrato senza alcun dubbio la sussistenza dei reati connessi alla corruzione e all'associazione per delinquere costituita per poterla perseguire.
Non ci resta che attendere per conoscere i risultati del dibattimento con qualche riflessione più meditata di quanto potemmo commentare a caldo nei giorni seguenti la sentenza di primo grado.
Al centro di queste riflessioni è incardinato il lavoro di Giovanni Falcone, il primo magistrato italiano che analizzò l'attività mafiosa in modo moderno e lontano dalle visioni oleografiche e popolari. Falcone dimostrò che la mafia è un'associazione a delinquere creata da soggetti che operano al di fuori dalle leggi per conseguire un interesse economico dalla loro attività, che per sua natura è ovviamente illegale. Per ottenere lo scopo, questa consorteria criminale opera attraverso tre strumenti essenziali: la corruzione, la violenza – da quella psicologica a quella fisica –, l'omertà. Certo questa è una mafia assai diversa da quella che abbiamo conosciuto per buona parte del novecento, quella della guerra di mafia, dei morti ammazzati, dell'attacco al cuore del Stato. La mafia moderna fa affari sporchi: trucca gli appalti, commercia in droga e armi ma soprattutto infiltra le istituzioni, condiziona significativi pezzi dello Stato, costruisce consenso, tutto per un unico scopo: fare affari. Falcone intuì tutto questo e si rese conto che per capire e battere la mafia bisognava seguire i soldi e i loro ambasciatori.
I giudici di primo grado del Tribunale di Roma ci dicono che per definirla mafia dobbiamo dimostrare l'intimidazione, l'assoggettamento e l'omertà. Noi non siamo in condizione di valutare l'operato dei giudici, non è il nostro mestiere. Però come definire le azioni di Massimo Carminati, il duro del gruppo, il risolutore dei problemi, che intimidì per procura il manager Mancini che in carcere sotto la pressione dei magistrati avrebbe potuto cedere e confessare tutto l'intreccio criminale alla base degli affari illeciti del gruppo? Storia e frequentazioni di Carminati ci dicono della sua pericolosa attitudine alla violenza, alla intimidazione, all'omertà sui suoi amici e sui loro reati. Buzzi, dal canto suo, assicurava i contatti con la politica, gestiva la contabilità delle mazzette, comprava e vendeva informazioni, favori, lavoro, scambiava soldi, corrompeva, condizionava e controllava la politica romana e le sue attività. Una spartizione di responsabilità dunque, per controllare un territorio e un segmento importante dell'attività economica: gli appalti pubblici. Non vi sembra abbastanza per definire tutto ciò mafia?
Quale la differenza con i sempre più ricorrenti episodi che dimostrano l'infiltrazione mafiosa nelle attività economiche e nella politica che le governa, a distanze geografiche rilevanti dalle zone tradizionalmente condizionate dal sistema mafioso?
Giovanni Falcone ci ha insegnato che la mafia ha bisogno di un territorio, di una politica serva del crimine e dei sui interessi, di attività economiche legate al mondo degli appalti pubblici. Se tutto questo è ottenibile con le buone d'accordo, altrimenti occorre l'intimidazione, qualche volta la violenza, spesso la mediazione illegale. Ricordate Carminati in una intercettazione? "I politici li compriamo altrimenti li cacciamo, ma è meglio se li compriamo."


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