:: ECONOMIA ::
Luci ed ombre di una legislatura – targata Pd – al termine

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Filippo Piccione

21-01-2018

Se si vuole fare un bilancio obiettivo di questi cinque anni di legislatura, non possiamo prendere per oro colato le cose che trionfalisticamente racconta Matteo Renzi, né tanto meno arrivare a dire, come fa Marco Travaglio, che la legislatura appena conclusa andrebbe sciolta nell'acido.
Facciamo parlare i dati e i risultati. Con una premessa e una considerazione. La premessa è che secondo alcuni, se l'ex presidente del Consiglio Renzi avesse concentrato tutte le sue energie e la sua intelligenza sull'economia e sui giovani, anziché sulle riforme istituzionali mostrando un accanimento fuori dal comune, forse staremmo meglio tutti. La considerazione è la seguente: se è vero che le scommesse della politica si giocano tutte sull'economia, è altrettanto giusto mirare anche ad avere un tasso di maggiore soddisfazione e realizzazione delle persone, una più consistente riduzione delle aree di sofferenza, un senso rafforzato di appartenenza a una comunità e un aumento del clima di fiducia che spenga sul nascere i focolai di giacobinismo, di populismo e di sovranismo che, il più delle volte, sono il frutto velenoso di un carico di invidia e di paura sociale (il Censis ha parlato di rancore diffuso) che fanno male ai giovani, alle famiglie e alla democrazia.
Le scelte e i provvedimenti adottati nel corso dei mille giorni di governo Renzi, cui si vanno a sommare le misure economiche e sociali prese da Paolo Gentiloni, sono sotto gli occhi di tutti. Gli obiettivi raggiunti costituiranno in larga parte la materia prima che caratterizzerà l'imminente competizione elettorale del Pd rispetto ai suoi competitor, che basano tutto sulle promesse, la demolizione e la demonizzazione dei progressi ottenuti dai governi, compreso il capitolo spinoso dell'emigrazione. Ecco quindi il delegittimare le leggi approvate, in particolare quelle sul versante dei diritti sociali e civili (le unioni civili, il femminicidio, il testamento biologico, l'autismo, anche se purtroppo a questo elenco manca quella dello ius soli) che da molte legislature giacevano in Parlamento. Il Jobs Act, l'abolizione della componente lavoro dal calcolo Irap, il taglio Ires, 80 euro per undici milioni di lavoratori che guadagnano meno di 1.500 euro al mese, la riduzione del canone Rai da 113 a 90 euro (da pagarsi con la bolletta della luce), l'abolizione dell'Imu sulla prima casa e della Tasi, sono state possibili grazie alle manovre oculate e incisive dal 2015 al 2018, che hanno al tempo stesso puntato a tagliare il traguardo della ripresa economica, oltre all'incremento degli investimenti in opere pubbliche, nella cultura, nei diritti sociali e nel Welfare. Il Pil da meno 2,4 per cento del 2014 ora viaggia a più 1,5-1,8 per cento, mentre la crescita occupazionale registra un milione e 79 mila in più, passando 22 a 23 milioni, accrescendo contestualmente tanto la fiducia dei consumatori e delle imprese quanto la credibilità del nostro Paese presso gli investitori internazionali e le nostre esportazioni.
Anche sul piano internazionale e nei rapporti con L'Ue l'azione dei governi diretti dal Pd meritano di essere menzionati. Roberto Napoletano, l'ex direttore del Sole24 Ore, nel suo ultimo libro (il cui titolo e sottotitolo sono abbastanza eloquenti: "Il cigno nero e il cavaliere bianco – Diario italiano della grande crisi") ha voluto ricordare persino il semestre di presidenza europea di Matteo Renzi sottolineando che, nonostante gli spazi di manovra molto stretti, il suo impegno è stato svolto e gestito molto bene. Poiché è riuscito a portare a casa risultati, all'inizio insperati, assai significativi pur muovendosi nell'ambito del Patto di stabilità e crescita in cui, come noto, l'egemonia tedesca imponeva un regime di austerità al limite della recessione. Un percorso che ha continuato a seguire durante il suo Esecutivo senza mai allontanarsi dai parametri di Maastricht, che ancora rappresentano una gabbia di regole assai rigide, come il Fiscal compact (deficit al 3% e una crescita al 2% di Pil). Lo stesso giornalista economico in alcune pagine del suo libro ha anche rilevato che dopo le sue dimissioni le mani esperte del duo Gentiloni-Padoan –accompagnate dal loro carattere mite, che non guasta mai – e un'esperienza internazionale importante che li accomuna, hanno saputo raccogliere l'eredità di Renzi, senza strappi e senza plateali contraccolpi.
C'è da segnalare che in questa scelta hanno contribuito la proposta di Renzi e la regia discreta e lungimirante di Mattarella, che conosce il valore della stabilità politica, l'intensità e la complessità delle sfide europee. In questo senso, a parte tutte le critiche sacrosante che sono state e continuano a farsi sull'ex presidente del consiglio e segretario del Pd, bisogna dire che se abbiamo un Presidente della Repubblica come Sergio Mattarella, il merito maggiore va senz'altro dato a lui, che è riuscito in una situazione difficile della nostra storia nazionale delle Istituzioni a fornire una soluzione rapida ed efficace, indicandolo al Parlamento.


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