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La rischiosa sfida di Trump alla Fbi

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Domenico Maceri*

11-02-2018

"Quando uno attacca gli agenti della Fbi perché è sotto indagine criminale, sta perdendo". Così Sarah Huckabee Sanders nel mese di novembre del 2016, pochi giorni prima dell'elezione presidenziale. Sanders, l'attuale portavoce della Casa Bianca, era allora consigliera di Trump per le comunicazioni e con le sue parole mirava a colpire Hillary Clinton, la quale aveva tutte le ragioni per dissentire dalla Fbi. Due settimane prima dell'elezione la Fbi aveva riaperto l'inchiesta sulle e-mail e subito dopo aveva annunciato che nulla di nuovo era stato riscontrato per rinviare a giudizio la candidata democratica. Il danno politico però era stato fatto, poiché riaprì un vulnus della Clinton ricordando agli elettori i dubbi sulla condotta della candidata democratica.
Attaccare la Fbi adesso per Trump è però completamente lecito. La nuova scusa è stata offerta all'attuale inquilino della Casa Bianca dal memo diffuso da Devin Nunes, presidente della Commissione intelligence alla Camera. Le quattro pagine del memo suggeriscono che la Fbi ha agito in modo parziale per favorire i democratici aprendo l'inchiesta sul Russiagate. Trump aveva la scelta di declassificare il memo o mantenerlo segreto ma ha deciso di permettere la diffusione.
Il 45esimo presidente ha reagito dichiarando che il memo lo scagiona completamente dall'inchiesta perché, secondo lui, basata sul dossier di Christopher Steele, che era stato pagato in parte dai democratici per le ricerche su Trump. L'inquilino della Casa Bianca ha usato il memo per dimostrare, nella sua mente, che la "leadership della Fbi e gli investigatori del Dipartimento di Giustizia hanno politicizzato le procedure" per favorire i democratici a scapito dei repubblicani.
La diffusione del memo è stata opposta dai membri del Partito Democratico nella Commissione presieduta da Nunes ma anche dal direttore della Fbi, Christopher Wray, come pure da Rod Rosenstein, vice procuratore generale. I democratici volevano bloccare il memo perché non rifletteva obiettivamente le informazioni ricevute ma si concentrava su parti favorevoli ai repubblicani. L'opposizione di Wray e Rosenstein si doveva a possibili ripercussioni perché rivelava metodi di investigazione usati dalla Fbi e Cia. Trump però ha deciso per la diffusione.
I contenuti del memo però non si sono rivelati veridici sullo scagionamento di Trump, perché l'inchiesta del Russiagate era già stava avviata dalla Fbi con individui legati alla campagna di Trump prima della pubblicazione del dossier di Steele. Ciononostante la diffusione del memo ha dato un pugno nell'occhio alla Fbi. La Fbi Agents Association ha reagito con un annuncio, difendendo gli agenti che "non saranno mai distratti da considerazioni politiche" nello svolgimento del loro lavoro. Ad aumentare la polemica del memo va aggiunto il fatto che la replica della minoranza democratica non è stata inizialmente approvata dalla Commissione intelligence per la diffusione. Non si sa se Trump darà l'OK finale per la diffusione.
In effetti, con la diffusione del memo, i repubblicani hanno cercato di infangare la reputazione della Fbi e del Dipartimento di giustizia. È paradossale che i vertici di queste agenzie siano individui nominati da Trump. Il 45esimo presidente però non è nuovo ad attaccare anche i suoi subordinati pubblicamente. Lo ha fatto con Jeff Sessions, che lui stesso aveva nominato a procuratore generale, rimproverandolo pubblicamente per essersi ricusato dal Russiagate. Lo ha fatto anche con il vice procuratore generale, Rod Rosenstein, anche lui nominato dal 45esimo presidente. Rosenstein a sua volta ha nominato Robert Mueller a procuratore speciale per investigare l'interferenza russa sull'elezione americana del 2016, deludendo ovviamente l'attuale presidente.
Trump ha spesso diretto i suoi tweet velenosi non solo contro individui ai vertici del dipartimento di giustizia, ma anche a tutta la Fbi dichiarandola "a pezzi" nel mese di dicembre del 2017. In effetti, Trump è rimasto insoddisfatto delle sue nomine perché non gli obbediscono, credendo di essere autonome al Dipartimento di giustizia. In un'intervista ha persino dichiarato che da presidente ha "l'assoluto diritto" di fare quello che vuole con il "suo" Dipartimento di giustizia.
Gli attacchi di Trump alla Fbi hanno suscitato l'idea che lui abbia intenzione di licenziare i vertici dell'agenzia che stanno cooperando e sostenendo le indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Il New York Times, infatti, ha persino annunciato che il 45esimo presidente aveva considerato seriamente di licenziare Mueller nel mese di giugno del 2017 ma non lo ha fatto per le proteste di Donald McGahn, legale della Casa Bianca, il quale avrebbe persino minacciato di dimettersi.
Ma gli attacchi alla Fbi e al Dipartimento di giustizia continuano a creare dubbi per gli americani a non credere alle istituzioni. Un sondaggio dell'agenzia Axios ci dice che solo il 38 percento dell'elettorato repubblicano ha una visione favorevole della Fbi mentre quella dei democratici raggiunge il 64 percento. Gli attacchi di Trump inoltre cercano di sottolineare che l'inchiesta del Russiagate ha poco a che fare con le leggi e molto con la politica. Va ricordato che da presidente Trump può essere giudicato dal potere legislativo mediante l'impeachment, che potrebbe avvenire con l'inchiesta di Mueller. Ciononostante la maggioranza repubblicana nelle due Camere non rappresenterebbe un pericolo per il 45esimo presidente. Il problema per Trump però è che attaccare la Fbi storicamente non è una buon'idea. Richard Nixon ne ha subito le conseguenze. L'inchiesta del Watergate venne a galla principalmente a causa delle informazioni fornite a Bob Woodward e Carl Bernstein, giornalisti del Washington Post, da una "gola profonda". Si seppe nel 2005 che la gola profonda era Mark Felt, vice direttore della Fbi fra il 1972 e il 1973.

*Docente di lingue presso l'Allan Hancock College, Santa Maria, California (dmaceri@gmail.com)


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