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La leggenda delle ninfee nere di Monet

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C. V.

25-02-2018

"Negli ultimi mesi di vita Monet dipingeva Ninfee incompiute... Pennellate impazzite, una corsa contro la morte, contro la stanchezza, contro la cecità. Tele ermetiche, dolorose, torturate, come se Monet si fosse immerso all'interno del proprio cervello. Sono state scoperte ninfee scagliate di fretta sulla tela, ninfee di tutti i colori, rosso fuoco, blu monocromo, verde cadavere... Sogni e incubi mischiati insieme. Solo un colore manca. Il colore che Monet aveva bandito per sempre dai suoi lavori, quello che si rifiutava di usare. L'assenza di colore, ma anche la somma di tutti i colori… Il nero! Si dice che negli ultimi giorni prima di morire, a inizio dicembre del 1926, quando Monet ha capito che stava per andarsene, l'abbia dipinto… Monet ha osservato la propria morte nel riflesso delle ninfee e l'ha immortalata sulla tela. Ninfee nere. Ovviamente nessuno ha mai trovato la tela delle famose Ninfee nere... È una leggenda, nient'altro che una leggenda".
Sulla leggenda delle ninfee nere di Monet, lo scrittore francese Michel Bussi ha costruito un ingegnoso noir (è proprio il caso di dirlo), ambientato a Giverny, che mescola impressionismo e delitti (Ninfee nere, E/O, 2016). Nel romanzo si ipotizza che Monet quelle ninfee di colore nero le abbia davvero dipinte e che il quadro sia finito nelle mani della "vecchia strega" del paese. Di più non va svelato, perché la lettura è davvero emozionante e può accompagnare la visita alla mostra di Monet al Vittoriano che così tanto successo ha riscosso da essere prolungata fino a giugno.
Le opere esposte provengono dal Musée Marmottan di Parigi e fanno parte della collezione di cui si parla nel libro di Bussi, cioè le tele che Monet custodiva nella casa di Giverny. E la magia multimediale permette ai visitatori perfino di entrare nel giardino e camminare sulle acque dello stagno delle ninfee grazie a una passerella su cui vengono proiettate le opere di Monet.
Le ninfee sono state l'ossessione di Monet: "Negli ultimi ventisette anni di vita Claude Monet non ha dipinto altro che il suo stagno di ninfee! Gradualmente eliminerà tutta la scenografia intorno, il ponte giapponese, i rami di salice, il cielo, per concentrarsi unicamente sulle foglie, l'acqua e la luce".
E poi il colore nero. Persino ai funerali di Monet fu assente. Come viene ricordato nell'esergo del romanzo, Georges Clemenceau con gesto plateale tolse il drappo funebre che ricopriva la bara esclamando: "Non! Pas de noir pour Monet".
Non è un caso poi che il delitto su cui si indaga sia la morte di un oftalmologo, un famoso specialista della cataratta, collezionista di quadri impressionisti che sogna di possedere un Monet. E secondo una suggestiva ipotesi di un gruppo di scienziati dell'università americana di Stanford, è proprio la cataratta a influenzare la visione e la tavolozza del pittore negli ultimi anni. A causa della malattia infatti i contorni gli appaiono sfocati e i colori alterati. E così li trasferisce sulla tela: "I miei rossi diventano sempre più fangosi, e i miei quadri diventano sempre più scuri". L'azzurro e il verde spariscono e il bianco si fa giallastro. Tre anni prima di morire Monet acconsente a operarsi, solo all'occhio destro però, e allora al contrario si lamenta che "tutto è diventato più blu".
Un'ultima curiosità: nel 1985 proprio al Musée Marmottan viene rubato il più famoso dipinto impressionista, quell'Impression, soleil levant di Monet che darà il nome a tutta la corrente pittorica. Nel furto sono convolti yakuza giapponese e criminali francesi specializzati in furti di opere d'arte: entrati nel museo con le armi in pugno, tenendo sotto tiro visitatori e guardiani, staccano dalla parete e portano via il prezioso quadro. Cinque anni dopo verrà ritrovato in una villa in Corsica. Nel romanzo di Bussi a ritrovarlo è il suo commissario Laurentin che in Ninfee nere farà luce anche sui misteriosi delitti di Giverny.


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