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4 marzo, il voto. L'appello agli indecisi delle forze in campo, per scegliere la società in cui vogliamo vivere

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Filippo Piccione

03-03-2018

Oramai si tratta di ore. C'è chi dice che i giochi sono fatti, e in questo caso i vincitori in pectore hanno tutte le ragioni per presentarsi con la maglietta con scritto sopra Salvini premier, Meloni premier, Tajani premier. Mentre da parte sua Di Maio, oltre ad essere stato già stato insignito da Grillo e Casaleggio nell'incarico di premier e capo del suo movimento, avendo pronta la lista del suo gabinetto ministeriale, ha pensato bene – per evitare la fatica delle consultazioni al Capo dello Stato – di andare al Quirinale senza aspettare nemmeno il responso delle urne.
La cosa strana di tutta questa campagna elettorale è che nonostante si vada a votare con una legge elettorale che prevede le alleanze, si continua ancora a pensare che basta un voto in più per essere candidati a formare il prossimo governo e di conseguenza di poter indicare il candidato alla presidenza del Consiglio dei ministri.
Rispetto ai sondaggi che circolavano un momento dopo che si era aperta la campagna elettorale, che davano per scontato, voto più voto meno, un tripolarismo costituito dal M5S, centro destra Berlusconi-Salvini-Meloni e Pd e i suoi alleati, l'unico partito che non ha indicato esplicitamente il suo premier è stato il Pd. Persino Grasso, il leader di LeU, potrebbe ambire a essere premier.
Tenuto conto di quanto è avvenuto in queste settimane, vale la pena di fare un paio di considerazioni. La prima è che il Pd ha dimostrato, come accennato, di essere l'unica forza politica rispettosa delle prerogative del Presidente della Repubblica, che ha, come è noto, la funzione di incaricare il presidente del Consiglio di formare un nuovo governo. La seconda, che non esclude la validità della prima, è che il Pd si trova a fare i conti con una situazione nuova rappresentata dal fatto che in sostanza la sfida pare svolgersi fra centro destra e Cinque stelle. In questo caso si può dire che a determinare tale esito abbiano giocato molti fattori, a cominciare dalla stessa impostazione che ciascuna forza in campo si è voluta dare in una competizione elettorale che ha conosciuto una serie di vicende, come quella drammatica di Macerata, che ha marcato un'accelerazione, esasperandole, delle questioni riguardanti la sicurezza, la paura, l'emigrazione; in secondo luogo, le modalità con cui gli schieramenti si sono rivolti all'elettorato. Da una parte il centro destra che, nonostante i punti di vista e le posizioni divergenti su molti punti fra Berlusconi e Salvini, ha dato l'impressione di avere un'alleanza solida e i Cinque stelle che, una volta ricevuto l'incarico di formare il nuovo governo, sono sicuri di ottenere la fiducia presentando a scatola chiusa il loro programma al Parlamento. Le proposte e i programmi elettorali di entrambe queste forze ricordano una gara a chi le spara più grosse. Flat Tax e seicentomila immigrati da rispedire nei propri paesi di origine. Reddito di cittadinanza a tutti e onestà, onestà, onestà nei partiti politici e nelle istituzioni, di cui anche loro farebbero parte.
Mentre il Pd ha scelto di fare una campagna elettorale all'insegna delle cose fatte da suoi governi, sia pure con difficoltà e senza trionfalismi, e sulla scorta di questi risultati procedere nella prossima legislatura con l'obiettivo di migliorarli specie nel campo dell'economia e dell'occupazione, dei diritti civili, della sicurezza e della scuola, della cultura, l'integrazione e l'inclusione sociale. Puntando altresì sul rafforzamento e sull'efficacia dei rapporti con l'Unione europea, per superare i ritardi e abbattere e semplificare le procedure burocratiche, imprimendo un salto di qualità sul fronte dell'eguaglianza, dei diritti di cittadinanza, della stabilità e salvaguardia democratica, al fine di contrastare e scoraggiare il consolidarsi di ogni tentazione di sovranismo, di populismo, di nazionalismo e di razzismo che minacciano ampie aree della popolazione dei paesi membri dell'Euro zona.
Quella appena descritta è un'agenda di tutto rispetto, agevolmente praticabile e ragionevole, in grado di incontrare il favore della maggioranza dei cittadini aventi diritto al voto. Eppure, a giudicare dai sondaggi, pare che ciò non basti a incidere sull'opinione pubblica in maniera tale da spostare consensi verso il Pd. Diversamente, si ha la sensazione che a fare più presa sui cittadini siano le ricette taumaturgiche e miracolistiche che i suoi competitori propinano nel corso della loro campagna elettorale.
Non c'è dubbio che in tutta questa faccenda a decidere le sorti della prossima legislatura e della governabilità di questo paese sarà la percentuale che il 4 marzo raggiungerà il Partito democratico da cui dipenderà anche il destino del suo segretario, Matteo Renzi, protagonista principale, nel bene e nel male, della politica italiana degli ultimi anni. Il quale punta a raggiungere i numeri che sono fissati entro la soglia del 25%. Il suo obiettivo è quello di avere nelle due Camere i gruppi più forti, in virtù anche delle percentuali del Pd e quelle degli alleati che non supereranno il tre per cento. Questa volta anche se dovesse perdere, avverte l'ex premier, a differenza della vicenda dei referendum costituzionali non farebbe alcun passo indietro. Venticinque è la percentuale che nel 2013 ha raggiunto il Pd con la segreteria Bersani. Ma tutto questo, anche se ha notevoli riflessi sul panorama politico generale, riguarda anche la vita interna di un Partito che si candida a governare il Paese. In alternativa ci troveremo da un lato Berlusconi e Salvini – che non disdegna i voti e l'ideologia politica di Casa Pound – e dall'altro Di Maio, che ha, dopo la visita, provveduto, come se non bastasse, a inviare via e-mail la lista dei suoi ministri al Presidente della Repubblica, per un vaglio anticipato. Di fronte a questa eventualità e a questo quadro che si è determinato, non è da escludere che nelle ore che ci separano dal 4 marzo, l'elettore rifletta e decida di dare un supplemento di fiducia alla squadra di questo governo e un voto convinto al più grande partito che ha sostenuto tutti governi di centro sinistra in questa travagliata legislatura.


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