:: POLITICA ::
Il Centrodestra ha vinto, i Cinquestelle sono centrali. Il Pd ago della bilancia?

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Filippo Piccione

20-03-2018

Il problema subito emerso dallo scrutinio delle schede elettorali non è stato tanto la composizione del nuovo Parlamento, la formazione dei gruppi parlamentari e l'elezione dei rispettivi presidenti delle Camere, quanto quello di dare un governo al Paese. Per settimane si è discusso degli effetti negativi della legge elettorale che non avrebbe tenuto conto che il nostro è un sistema tripolare. Ma il dato elettorale ha clamorosamente smentito questa ipotesi, perché siamo di fronte a un bipolarismo rappresentato da M5S e Centrodestra. Due schieramenti vincenti che potranno ricevere dal Presidente della Repubblica l'incarico di formare un nuovo governo. Peccato che ciascuno dei vincitori, a meno che non trovino un accordo fra loro, ha bisogno dell'appoggio del Pd, che ha perso sonoramente le elezioni. D'altro canto con il risultato del 4 marzo sarebbe stato difficilissimo trovare una maggioranza parlamentare anche con il Porcellum, il Consultellum e l'Italicum ¬– la legge pensata solo per la Camera, in parallelo alla riforma costituzionale, che prevedeva il ballottaggio – dichiarato anche questo incostituzionale dalla Consulta. Imputare alla legge elettorale l'origine dello stallo di oggi lascia il tempo che trova (basta leggere per esempio qui).
Le due forze vincitrici di questa tornata elettorale sono antisistema, populiste, sovraniste, xenofobe. Una capeggiata da Di Maio, che si attesta al 32,5%, facendo registrare un incremento di sette punti rispetto alla competizione precedente; l'altra, la Lega di Salvini, che è a un'incollatura dal Pd e guadagna ben 14 punti, distanziando il suo alleato competitore Berlusconi di circa quattro lunghezze, il quale è costretto, suo malgrado, a cedergli la premiership del centro destra.
Fatta questa premessa va ancora sottolineato che non è stata la nuova legge elettorale a determinare la situazione nella quale ci troviamo ma la scelta politica dell'elettorato, la cui stragrande maggioranza, è giusto dirlo, non ha votato perché spinta dal populismo, dal sovranismo e dal razzismo ma per il disagio diffuso che è evidente nel Paese. Malessere e sacche di povertà drammaticamente presenti in ampie zone del Mezzogiorno.
La sconfitta del centro sinistra, e in primo luogo del Pd, che ha toccato il suo minimo storico, era già nell'aria. Il vento gelido delle elezioni nei paesi europei stava per arrivare anche in Italia. Tranne il caso di Corbyn nel Regno Unito, dalla Francia, con i socialisti, alla Germania, con i socialdemocratici, la sinistra ha mostrato tutta la sua crisi di identità e di proposta politica e il Pd non poteva rimanerne immune, nonostante il suo governo abbia fatto dei passi avanti notevoli rispetto a cinque anni fa.
Quello che si può dire di queste elezioni è che l'Italia è divisa in due. Il Nord al centro destra, in cui primeggia la Lega di Salvini, mentre nel Mezzogiorno e le Isole a dominare sono i Cinque stelle guidati da De Maio. Il Pd, che paradossalmente è diventato l'ago della bilancia per formare il nuovo governo, ha bisogno di un lungo periodo di riflessione per individuare e correggere gli errori commessi, metabolizzare la sconfitta, fare autocritica, creare le condizioni per una via d'uscita dignitosa contribuendo, per la parte che gli compete, alla soluzione dei problemi che il nostro Paese ha di fronte. Per tutto quest'insieme di fattori, la direzione del Partito, quasi all'unanimità, ha deciso di stare all'opposizione, lasciando agli schieramenti vittoriosi il mandato uscito dalle urne. Per adesso l'impegno principale del Pd non è quello di come liberarsi e sostituire Renzi – il quale oltre alle sue dimissioni, ha anche annunciato che non intende candidarsi ancora alla segreteria – ma di rendere chiara e coerente la sua posizione nelle prossime consultazioni che presto il Capo dello Stato avvierà. Il fatto che queste elezioni abbiano bocciato senza appello sia la leadership che la premiership del Pd non vuol dire che il suo ruolo, come si evince dall'esito delle urne, sia marginale. Anzi per le cose che fin qui sono state dette è ovvio che il primo destinatario dell'appello del Capo dello Stato alla responsabilità sia proprio il Pd. Fare opposizione dopo averla subita dalle forze che ora saranno candidate a governare, e in parte anche al suo interno, non è una bestemmia ma un presupposto e una conseguenza della democrazia.
Un altro aspetto che deve ancora essere preso in considerazione è che i partiti che hanno vinto il 4 marzo scorso sono "populisti". La Lega ad esempio se ne fa un vanto. Anche Cinque stelle, con il rivendicare di non essere né di destra né di sinistra, dimostra di esserlo più di altri. In proposito è assai interessante il libro di Ilvo Diamanti e di Marc Lazar, pubblicato alcuni giorni prima delle elezioni che si intitola "Popolocrazia – La metamorfosi della nostra democrazia" (Editori Laterza). Fra l'altro si legge che il populismo compare sempre in periodi di forte incertezza, nei momenti traumatici, nelle fasi di crisi più acute (economiche, sociali, culturali), soprattutto di quelle politiche e in particolare quando rientrano nell'ambito dell'eccezionale, dell'imprevisto, dell'inedito. Il populismo mira alla delegittimazione dei governanti, delle istituzioni, delle regole e delle norme in vigore, delle procedure della mediazione.
Durante la campagna elettorale il populismo è riuscito ad attecchire e in alcune aree a prosperare ed espandersi perché ha saputo dipingere un quadro apocalittico del presente, proponendo un ritorno a un passato favoleggiato o facendo intravedere un futuro radioso. Il suo dato distintivo è l'antipolitica, la xenofobia, l'antiglobalizzazione, il localismo, il giocare sulla paura, la rabbia e l'insicurezza provocate dall'immigrazione. C'è il rischio che la democrazia inglobi elementi di popolocrazia adeguandone gli stili, il linguaggio, i modelli. In questo senso il populismo mentre perde il significato di stigma, viene legittimato, normalizzato, sdoganato. In parte questo scenario lo stiamo vedendo con le dichiarazioni sprezzanti di autosufficienza di Di Maio e con le reiterate posizioni antieuropeiste di Salvini. Ma ancora siamo agli inizi di un percorso dall'esito assai incerto.


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