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Storia di un Ministro determinato e apprezzato (ma non da tutti)

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Fabio Bartoli

22-03-2018

Il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda il giorno successivo alla Caporetto del Partito Democratico si iscrive al PD e mostra orgogliosamente la tessera all'uscita del Nazareno, dove dichiara di essere entrato per la prima volta. Per molti è l'uomo nuovo della sinistra, anche se dichiara che Renzi non può essere escluso dal processo di rinnovamento e rilancio del partito. Per molti altri è un uomo di grande personalità, uno dal piglio decisionista, intelligente, colto quanto basta, uno con le amicizie "giuste" per gli operai della Embraco semplicemente "un gran paraculo".
Certo la provenienza, la cultura, l'esperienza professionale e le amicizie di Carlo Calenda non sono propriamente sovrapponibili con quelle della sinistra di lotta, ma si sa che oggi quella di governo è una sinistra molto lontana dall'ortodossia operaia.
Classe '73, Carlo Calenda appartiene alla Roma bene, a quella borghesia radical chic cresciuta nel cuore del quartiere Trieste. Figlio del giornalista e scrittore Fabio e della regista Cristina Comencini, recita ragazzo nei panni di Enrico Bottini la voce narrante dello sceneggiato Cuore di De Amicis, diretto dal nonno Luigi. Frequenta adolescente il prestigioso liceo Mamiani, completa il suo corso di studi laureandosi alla Sapienza in Giurisprudenza. Da quel momento è un susseguirsi di successi: Luca di Montezemolo - suo mentore - lo chiama alla Ferrari, dopo una parentesi in Sky approda in Confindustria sotto l'ala protettrice del presidente del cavallino rampante, suo assistente e successivamente coordinatore politico di Italia Futura, il partito/movimento del rampante comproprietario di Italo. Ad alta velocità approda in politica nella lista di Scelta Civica di Mario Monti, con la quale si candida in Parlamento senza successo. Nel 2013 viene nominato Vice Ministro dello Sviluppo Economico nel Governo Letta poi riconfermato nell'esecutivo di Matteo Renzi. Si occupa soprattutto di commercio estero e la vicinanza all'ambiente dem lo convince a lasciare Scelta Civica nel 2015 annunciando, senza seguito, l'adesione al PD. Nel 2016, dopo le dimissioni del Ministro Federica Guidi travolta dallo scandalo Tempa Rossa e dopo l'interim di Renzi, prende le chiavi del dicastero economico che manterrà anche nel governo Gentiloni.
Nel cuore della crisi economica europea e nel baratro di quella italiana, si trova sul tavolo dossier scottanti, dall'Alcoa all'Ilva per finire all'Embraco. Dimostra una decisione, una determinazione che gli guadagnano molti consensi sia a destra che a sinistra del PD, perfino in ambito sindacale costruisce un colloquio costruttivo con la CGIL e con i metalmeccanici "rossi" della FIOM.
Con queste credenziali si presenta alle elezioni nella lista +Europa di Emma Bonino ma con incredibile tempismo, dopo il disastro dei democratici, si iscrive al PD dichiarando di non puntare alla Segreteria…. per ora.
Cultore della comunicazione diretta più che dell'Ufficio stampa del Ministero, usa con larghezza Twitter – il suo social preferito – attraverso il quale pubblicizza le sue iniziative e lancia strali contro coloro che ostacolano la chiusura delle vertenze.
Cosa ci resta dunque del suo lavoro in una delle posizioni più scomode del Governo dove Gentiloni lo ha apprezzato e sostenuto? Certamente va ricordato il suo attivismo nella gestione del dossier Ilva, che lo ha visto protagonista di un duello anche legale con il Governatore Emiliano e con il Sindaco di Taranto, così come la svolta nella crisi dell'Alcoa di Porto Vesme che ha saputo risolvere dopo 10 anni di battaglie operaie. La sua immagine è stata ulteriormente impreziosita agli occhi dell'elettorato progressista dalle sue iniziative critiche rappresentate con durezza a Bruxelles in merito alle scorrette manovre di scouting industriale condotte da alcuni paesi del vecchio blocco socialista, che usano i fondi europei per sollecitare la delocalizzazione delle fabbriche da un paese europeo all'altro attraverso sconti fiscali finanziati dai fondi per lo sviluppo.
Dunque bilancio completamente positivo? Non chiedetelo agli operai della brianzola K Flex, che licenziò 187 operai e trasferì lo stabilimento in Polonia, o agli operai dell'Alstom di Sesto San Giovanni, agnello sacrificale dell'accordo con la Siemens. Tutti costoro imprecano alla sfortuna di aver "sbagliato" i tempi della crisi, troppo lontani dalle elezioni e dunque lontani dalla determinazione dimostrata per le crisi pre-elettorali concluse positivamente.
La storia del Ministro Calenda si intreccia strettamente alla crisi del PD ed alla sua trasformazione, indispensabile dopo il rovescio elettorale anche se la direzione del cambiamento resta assai incerta.


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