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Lega e M5S, il nuovo voto del Sud. E le mafie?

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Andrea Lijoi

31-03-2018

Avete mai sentito la Lega parlare o manifestare contro la mafia capillarmente espansa in padania?
Il motivo per cui non lo fa è semplice: la mafia porta voti e spesso fa vincere le elezioni, quando non ritiene di scendere direttamente in campo.
Salvini è stato eletto in Calabria e nei giorni scorsi è andato a Rosarno (RC) a ringraziare i suoi sostenitori. La scelta di Rosarno non è casuale. Città caposaldo storico della 'ndrangheta, da qualche anno grosso mercato di schiavi immigrati, controllato attraverso il suo ferreo caporalato.
Come non cogliere in questo rituale-passaggio obbligato calabro del leader leghista (una volta andavano alla sorgente del Po...) il seme determinante di gran parte dello scoop elettorale della Lega germogliato in quello stesso centro-nord del paese dove è agevolmente attecchita la 'ndrangheta?
Un surrealista, a questo punto, potrebbe guardare all'Italia colorata di blu del 4 marzo come alla paradossale vittoria della 'ndrangheta e non certo della coalizione di centro-destra! Lo stesso surrealista ora si domanderebbe: avremo quindi un governo della 'ndrangheta?
Si è fatto cenno all'incursione leghista in una regione in cui, come in tutta l'Italia meridionale, il 4 marzo ha peraltro largamente prevalso il voto al M5S, fatto sul quale occorre concentrare ulteriore riflessione.
E' impressionante riguardare l'immagine cromatica di mezza Italia, da Roma in giù comprese le isole, coperta del giallo grillino dopo il 4 marzo. E' l'immagine della divisione socioeconomica del Paese che si perpetua nel tempo e rimanda alle colpe e agli squallidi interessi della politica nel voler lasciare questi territori nel sottosviluppo e nella povertà sempre più diffusa. E' l'immagine di un popolo abbandonato a se stesso che non sa più a che santo votarsi e gioca l'unica carta del voto tentando al buio la fortuna nella speranza che finalmente la situazione possa cambiare.
Il voto in massa verso il M5S nel Sud è un voto della disperazione e della rabbia. La disperazione di chi non cerca più un lavoro che non c'è, di chi si vede costretto a rinunciare a curarsi o ad istruirsi, di chi sulle orme dei padri e dei nonni tenta altrove di sbarcare il lunario e realizzarsi. La rabbia di chi non ha mai potuto assaggiare il piacere di vivere una realtà in cui vi sia un po' di giustizia sociale, di chi è circondato da sfrontate diseguaglianze e non ha diritti riconosciuti, di chi è frustrato dalla profonda delusione nei confronti di quella classe dirigente a cui si era affidato con speranza.
Le masse affidatesi ora al M5S non hanno potuto esprimere un'adesione matura come in gran parte avveniva al "tempo delle ideologie". Lo dimostra in parte la corsa della gente ai Caf o alle segreterie comunali per depositare la domanda per l'ottenimento del reddito di cittadinanza, misura annunciata dai grillini durante la campagna elettorale, corsa alla fine confermata da parte dei soggetti istituzionali interessati. Non c'è stato approfondimento sulle esperienze negative del M5S riguardo alla capacità amministrativa nella cosa pubblica da parte della correlata base elettorale. A parte il reddito di cittadinanza, che se anche trovasse l'enorme copertura finanziaria necessaria finirà per essere una deleteria misura assistenziale, il M5S non ha proposto un programma organico di sviluppo per le regioni meridionali e per il superamento storico del dualismo Nord-Sud.
L'aspetto cruciale del 4 marzo al Sud rimane quello del peso e l'influenza elettorale delle mafie stanziali nelle diverse regioni. Se, come detto, la Lega ha probabilmente avuto in Calabria l'appoggio di una 'ndrangheta largamente presente anche al Nord, in quale misura e in quale modo il M5S è stato il terminale oggettivo della massa di voti controllati dalla criminalità organizzata in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia?
Nella nostra democrazia rappresentativa non si può prescindere dal prendere atto dell'influenza determinante delle mafie presenti sul territorio in rapporto con la politica e le istituzioni, come storicamente determinato.
La rappresentanza del popolo con i suoi bisogni non può essere certo preso come un gioco appassionante, ma una gravosa responsabilità che garantisca innanzitutto sul rifiuto di ogni influenza negativa nel perseguimento del bene comune.


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