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A proposito di "Acqua Nera" di Joyce Carol Oates

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Francesca Civerchia

31-03-2018

Nel suo eclettismo che ha reso impossibile imbrigliarne la narrativa in un genere preciso, Joyce Carol Oates, "uno dei più grandi misteri della letteratura americana" secondo Luca Briasco, spazia dal reale al fantastico, al gotico, al postmoderno, possibili contenitori delle sue storie che affrontano numerosi temi, primi tra tutti la violenza sociale, razziale e contro le donne, il potere visto nel suo aspetto cinico, brutale, spietato e il soggiogamento femminile attraverso le armi della seduzione e della fascinazione.
È il caso di Acqua Nera, breve romanzo del 1992 che racconta, da un punto di vista non esplorato dalla cronaca, un fatto vero avvenuto negli anni sessanta che coinvolse l'allora senatore Ted Kennedy: dopo una festa, mentre viaggiava a gran velocità con una giovane segretaria, la sua auto si inabissò nelle acque paludose di un fiume e lui si allontanò senza soccorrere la ragazza.
La carriera politica del senatore fu stroncata per le zone d'ombra nella sua difesa.
Il romanzo in prima persona vuole catturare fedelmente il flusso dei pensieri nel lasso di tempo (pochi minuti o poche ore) che precede la morte.
Qui infatti si dà voce alla vittima ventiseienne, Kelly nel romanzo, che ripercorre la sua vita tra continui slittamenti temporali, in una giustapposizione di pensieri e ricordi apparentemente casuale, in realtà dettata dalle sensazioni fisiche e/o psicologiche nel corso della sua lenta agonia.
Siamo nel Maine, nella giornata dei festeggiamenti per il 4 luglio. Kelly è ospite di una sua amica nella villa di famiglia su cui sventola una grande e setosa bandiera a stelle e strisce. Tutto sembra confermare l'ottimismo americano, la voglia di vivere, la bellezza delle giovani donne, Kelly compresa, legate al mondo della politica democratica anche se in posizione subalterna. Kelly ha scritto la sua tesi sul senatore che le darà la morte, prima con la sua imprudenza, poi con la sua vigliaccheria. Ma lei non lo sa, ammira la sua possanza fisica: altezza, spalle larghe, braccia muscolose appena strizzate dalle maniche della maglietta.
L'unità di luogo, l'acqua nera della palude in cui si è inabissata la Toyota noleggiata dal senatore, è spezzata continuamente dagli spostamenti che la mente della ragazza intrappolata a testa in giù compie nelle ore che precedono l'incidente e nel suo tempo passato: dapprima i ricordi più recenti della sua giovinezza, una storia d'amore importante finita, le amicizie, i sogni, le aspirazioni, poi più indietro verso l'infanzia. I genitori le compaiono giovani, riemerge un gioco di bambina, lei sollevata in aria, la nonna che le cuce un vestito bianco di piquè. Poi lei è grande, ritorna alla sua età, deve giustificare ai genitori che non è una ragazza leggera, che in fondo con il senatore c'è stata una simpatia, un'intesa fatta di battute brillanti in cui lei ha dato prova di intelligenza e arguzia. Si è sentita emozionata nel sentire il suo nome, "Kelly, proprio Kelly?", pronunciato da una personalità così importante che assomma su di sé tutte le caratteristiche della virilità: prestanza, potere, sicurezza, "odore di birra e roba più forte". Ingredienti ben armonizzati in un tripudio di drink, a punteggiare il corteggiamento e la guida troppo sicura sulla strada fangosa verso il fondo della palude, "mentre ovunque risuonavano stridii di insetti notturni in una frenesia procreatoria", contraltare di quella del senatore verso la sua giovane preda.
Poi per un po' si abbandona il cupo di una palude gonfia di fango e di insidie per ritrovare il chiarore dorato di una spiaggia d'estate dove quella mattina Kelly con il suo costume senza una spallina, con un copricostume giallo svolazzante è la quintessenza della femminilità, colta come un fiore dall'uomo chino su di lei a suggellare con un bacio un legame che la morte renderà indissolubile.
Kelly nella sua gabbia in fondo alla palude ritorna a quel momento sulla spiaggia, e non può essere vero che deve morire. Il suo uomo maturo saprà proteggerla. Poco importa che le ha lasciato la sua scarpa di tela nello sforzo di liberarsi, lui solo, dalla trappola mortale, che le ha dato un calcio, forse, spingendola ancora più giù. Kelly penserà sempre che lui è andato a cercare soccorsi e tornerà a liberarla, il suo salvatore.
L'andirivieni dell'ininterrotto monologo si avvale di brevi dialoghi, discorso indiretto libero, invocazioni, illusioni cicliche di salvezza, senso di onnipotenza giovanile fino alla resa finale in cui Kelly è colta nell'attimo prima della morte e vede i suoi genitori più vecchi, stavolta, di come lei li ricordi, immobili ai bordi della palude e fissi su di lei, inorriditi, che la guardano senza riconoscerla come lei si sente nell'attimo della morte, bambina con i calzini bianchi pronta a farsi sollevare in alto per gioco.


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