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Nuovo governo, i tempi non sono imposti dai sedicenti vincitori ma scelti dal Presidente della Repubblica

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Filippo Piccione

11-04-2018

Vero tessitore e autentico interprete dell'elogio della lentezza della fase post elettorale è stato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Quando tutti, vincitori e vinti, il 5 marzo si erano posizionati, chi, come Cinque stelle e Lega, per la guida del governo, chi, come il Pd, per stare all'opposizione, non avevano fatto i conti con l'evidenza di oggi, che l'impresa di dar vita a un governo non era così semplice e risolvibile in tempi rapidi, come è avvenuto con la spartizione delle presidenze delle due Camere e i rispettivi Uffici parlamentari fra Di Maio, Salvini e Berlusconi.
Gli aspiranti premier si erano dimenticati che esiste l'articolo 92, Titolo III – Sezione I, della Costituzione che al comma 2 recita: "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". C'era stato persino qualcuno che con le prime proiezioni della sera del 4 marzo aveva detto che il Pd doveva dare l'appoggio a un governo presieduto da Di Maio. Ma la foga di fare presto (tanto i fatti sono chiari: hanno vinto la Lega, in testa nello schieramento di centro destra distanziando FI, e il M5s) aveva contaminato l'intero mondo dei media e della politica. Per facilitare e accorciare i tempi di questo processo le forze vincitrici, pur di dar vita subito a un governo, avevano cassato dal loro vocabolario le principali parole d'ordine utilizzate durante la campagna elettorale, in forza delle quali avevano ottenuto quel risultato straordinario.
Al Pd, che sta vivendo una fase difficile al suo interno, anche per darsi una nuova leadership e per affrontare i futuri scenari, non è consentita nemmeno la possibilità di chiedersi e di ricercare le ragioni della sconfitta. Il fatto che la Direzione abbia deciso all'unanimità di fare opposizione al governo che nascerà è uno dei motivi per essere l'accusa di irresponsabilità istituzionale e d'insensibilità nei confronti dei cittadini e delle esigenze del paese. Passa in secondo piano o viene del tutto ignorata la disinvoltura con cui l'autonominato Di Maio si rivolge sia al Pd che alla Lega indifferentemente, per formare un governo da lui presieduto.
E' vero che in politica conta poco o niente la lista di insulti e di attacchi all'indirizzo del partito, in questo caso il Pd, di cui ora si chiedono i voti di fiducia in Parlamento. Il fatto che stia passando l'idea che dare del mafioso, ladro, corrotto, fallito, perché scritto, detto e gridato da un politico o da un giornalista che parla di politica, non sia rilevante, è un'idea quanto meno bizzarra. In politica tutto sommato basta mettersi d'accordo e la circostanza che quegli attacchi siano stati determinanti a indebolire l'avversario – a cui spese ci si è potuti rafforzare – che ora pretendi che firmi un contratto di governo, diventa marginale.
Non possiamo parlare dell'esito del primo giro delle consultazioni se non partiamo ancora dalla "lentezza", che non è pigrizia o rilassatezza. Lentezza vuol dire scrupolosa attenzione e rispetto del ruolo costituzionale svolto dal Capo dello Stato, ruolo che ha saputo accompagnare con lungimiranza e intelligenza politica di cui è dotato. Tutte qualità che si sono rivelate provvidenziali e convincenti anche nei confronti dei gruppi incontrati nella sala della vetrata, i quali hanno dovuto constatare che è necessario un altro giro di consultazioni prima che possa essere assegnato un incarico per la formazione di un nuovo governo.
L'esito della prossima tornata ci può dire se siamo sulla strada giusta, se bisogna cominciare daccapo, se saranno sciolti alcuni nodi, come ad esempio il consolidarsi dell'accordo fra Di Maio e Salvini con Berlusconi dentro o fuori, se il Pd continua a ribadire la decisione di stare all'opposizione, giustificata peraltro non solo dal fatto di aver perso le elezioni ma anche dall'ambiguità di Di Maio nella conduzione della trattativa e per il modo sbrigativo di considerare intercambiabili i suoi interlocutori.
Quanto all'urgenza da molti invocata di dare subito un governo al Paese, occorre aggiungere che, di fronte a una situazione d'impasse quale quella che si è creata, far proseguire il più a lungo possibile il governo Gentiloni nel suo lavoro, sia la strada più saggia e la più fruttuosa. In attesa che maturi una prospettiva più consona per un rilancio del nostro Paese.


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