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In arrivo il Governo del "cambiamento"? Due giovani leader e la compenetrazione degli opposti

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Filippo Piccione

14-05-2018

Mattarella ha deliberatamente voluto ripetere davanti ai giocatori, ai dirigenti e ai rispettivi staff delle squadre di Juventus e Milan, ricevuti al Quirinale in vista della sfida per la "Coppa Italia" all'Olimpico, che si è conclusa 4 a 0 in favore della prima, un passaggio contenuto nel suo discorso pronunciato davanti alle Camere riunite, in occasione del suo insediamento: "La mia funzione è come quella di un arbitro in una gara in cui il comportamento dei giocatori sia ligio alle regole". Non poteva trovare un momento e un contesto più appropriati, dopo che il ciclo delle consultazioni per la formazione di un nuovo governo si era concluso con un nulla di fatto.
Già dalle prime schermaglie, il Presidente della Repubblica si era reso conto che dopo l'esito del voto del 4 marzo il suo non sarebbe stato un compito agevole. Superata l'euforia iniziale, culminata con la spartizione delle cariche parlamentari, su cui M5s e centro destra si trovarono d'accordo, la formazione del governo sarebbe stata tutta un'altra cosa, per la semplice ragione che l'articolo 92 della Costituzione prevede che sia il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i Ministri.
Lo spettacolo del tira e molla e fra Di Maio e Salvini nell'imbarcare Berlusconi nella futura maggioranza non poteva che approdare, a due mesi e passa dalle elezioni, alla fissazione di una data definitiva per tirare le fila di una situazione intricata che rischiava di sfilacciarsi. Resa ancora più complicata da un mix di volubilità e di ambizione, di contorsionismi, di attacchi e di subitanee retromarce e giravolte, che certo non ha giovato a dipanare una vicenda che avrebbe richiesto invece moderazione, lucidità, coerenza da parte dei sedicenti vincitori che, in concomitanza con la risoluzione del Capo dello Stato, a gran voce, avevano minacciato di andare alle elezioni a luglio.
Si possono muovere mille critiche al Pd tranne quella di non essere stato conseguente fin dalle prime sue dichiarazioni, secondo cui – ad eccezione di qualche esponente di minoranza che voleva l'appoggio a un governo Cinque stelle – la formazione del futuro governo toccasse a chi aveva vinto le elezioni.
Ora siamo di fronte a uno scenario completamente nuovo. Allo stato delle cose il rischio di andare allo scioglimento delle Camere e a nuove elezioni è stato scongiurato e la disputa di quando (in estate, in autunno, a dicembre?) e di come andarci (con questa o con un'altra legge elettorale?) è stata accantonata.
Di fronte all'ultimatum del Capo dello Stato, giunto all'ultima opzione, cioè varare un governo "neutrale" e "di servizio", Di Maio e Salvini – che con poco garbo e ancora meno senso istituzionale, avevano immediatamente respinto l'ipotesi al mittente – hanno deciso di chiedere 24 ore di tempo per poter avanzare la proposta di un Esecutivo (favorita peraltro da Silvio Berlusconi che, con un tempistico e "interessato" comunicato, annunciava di non porre alcun ostacolo a un accordo fra Cinque stelle e Lega, aprendo la strada a un possibile nuovo governo, al quale però Forza Italia non darebbe la fiducia). Un passo decisivo in avanti che ha poi avuto bisogno di un supplemento di altri quattro cinque giorni per avviare e facilitare il lavoro dei due "contraenti" per mettere a punto l'identikit del premier, formare la lista dei ministri, predisporre un "contratto" condiviso che sarà sottoscritto dalle parti.
Se nascerà un governo giallo-verde, come pare delinearsi all'orizzonte, il compito della maggioranza dovrebbe essere quello di realizzare il programma elettorale (conciliare la flat tax con il reddito di cittadinanza; rendere compatibili le esternazioni di vicinanza di Salvini verso la politica estera di Putin con l'ancoraggio euro-atlantico, invocato da Di Maio; e per completare il quadro c'è il varo della legge sul conflitto di interessi che, dopo la benevola disponibilità del cavaliere, è diventata una mina vagante che i diarchi dioscuri Di Maio-Salvini non sanno come disinnescare).
All'opposizione, secondo questa prospettiva, andranno il Pd e quello che rimane del centro sinistra. A loro l'arduo compito di fare scoppiare all'interno della nuova maggioranza le contraddizioni e le ambiguità manifestate e di contrastare ogni tentativo di occupazione illegittima del potere. Al tempo stesso puntare sul lavoro, la crescita economica, il superamento delle diseguaglianze, la scelta prioritaria europeista, il rilancio del ruolo dell'Italia sulla scena internazionale e nel mondo.
E' evidente che per rendere efficace e incisivo il compito di un'opposizione costruttiva la strada giusta non è quella di lucrare sulle debolezze, l'incapacità, l'incompetenza e il pressapochismo di quanti saranno chiamati ai posti di responsabilità e alla guida del futuro governo che, questo è certo, sarà formato da forze populiste e sovraniste.
E' necessario creare le condizioni per un'alternativa di governo credibile, attraverso un rafforzamento e un radicamento del Pd che smetta di litigare, di esasperare i personalismi, i contrasti e i rancori del gruppo dirigente che hanno allontanato gli elettori. Anche per questo è necessaria una vera e seria analisi autocritica, non autolesionistica né tanto meno consolatoria. E soprattutto dimostrare di essere all'altezza di affrontare un passaggio delicato e inedito che è figlio di un malessere che vive il nostro Paese e che ancora non è stato colto nella sua interezza.


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