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:: SCIENZA E CULTURA ::

Rileggendo Fromm: è la reale dinamica della società che aliena il pensiero, o un'intrinseca degenerazione della mente a incrinare la socialità umana?

Fuga dalla libertà


Marco Stirparo

17-07-2010

La crisi economica che stiamo vivendo è stata più volte descritta come la più grave dal 1929. Quello fu un periodo in cui fu "bruciata" moltissima storia, oggetto di approfondite riflessioni, e tra i più importanti temi posti c'è senz'altro quello della "Fuga dalla libertà". Ma cos'è, il titolo di un film? Un paradosso? Chi mai potrebbe desiderare meno libertà di quella che ha?
Si tratta del titolo di un famoso saggio di Eric Fromm, psicanalista di scuola freudiana nonché filosofo delle teorie marxiane. Non di meno, pensatore autonomo, che – anche nel libro citato – non si accontenta nella sua analisi della società ne' della visione idealistica di Max Weber, ne' dell'approccio psicanalitico puro di Freud, ne' di quello socioeconomico di Marx. Queste scuole di pensiero, da lui ben conosciute ed apprezzate, da sole possono piuttosto solo definire le condizioni, soggettive ed oggettive, in cui gli eventi precipitano condensandosi nella storia. In altre parole, non considerare la psicologia delle singole persone, e più in generale dell'umanità, sarebbe un errore come credere che l'azione umana non venga condizionata fortemente dalle condizioni materiali, e dai rapporti sociali che ne conseguono.
Nel suo testo, del 1941, Fromm si impegna nel cercare di capire le condizioni psicologiche insite in un sistema sociale e i problemi, anche di natura psicologica, che la mutazione di tali condizioni può causare. Esplicitamente, il libro nasce dalla sintesi di un'analisi molto più ampia che lo studioso stava compiendo sull'influenza reciproca di società ed umanità; urgenza di pubblicazione che lo studioso sente dall'emergere della distruttività del totalitarismo nazista, che aveva appena scatenato una guerra che avrebbe provocato più di cinquanta milioni di morti.
Fromm comunque non è interessato ad una banale demonizzazione del nazismo. La sua analisi va alla ricerca delle cause del consenso che i regimi totalitari riescono – malgrado la loro spietata violenza repressiva – a raccogliere. Il suo ragionamento nasce dallo studio dell'origine del protestantesimo luterano e calvinista, che secondo la sua analisi ha – sorprendentemente – un'origine in qualche modo comune con i fascismi del XX secolo.
La società medievale nei primi secoli del secondo millennio viene lentamente destabilizzata dal nascente capitalismo commerciale. La fissità dei rapporti sociali può essere sovvertita dall'arricchimento di singoli individui intraprendenti. L'uomo non nasce più maniscalco come il padre in una società statica, ma è libero di scegliere e cercare fortuna con la propria capacità ed iniziativa. Si determina quindi una situazione psicologica nuova.
La una nuova società, oltre a inattese opportunità di ricchezza, crea anche paura e smarrimento, di fronte alla possibilità di successo ma anche di trovarsi una concorrenza inaspettata e perdere le proprie "naturali" (così potevano essere percepite nel MedioEvo) fonti di sostentamento.
In questo contesto, le tesi di Lutero si affermano – secondo Fromm – non tanto per la denuncia etica del mercato delle indulgenze con cui la Chiesa sostiene i suoi fasti "romani", ma soprattutto per la sua dottrina della fede, in contrasto con quella cattolica: l'uomo non sarà salvato per le sue (buone) azioni, ma solo se avrà incrollabile fede in Dio. I tormentosi dubbi di Lutero, che percepisce sé stesso e l'intera umanità come peccatrice indegna del perdono divino, possono essere superati solo con una incrollabile fede in una immeritata misericordia divina. La risposta al tormentoso smarrimento non può che essere, nella psiche umana, una incrollabile fede.
Fromm quindi capovolge il punto di vista weberiano – la fede protestante crea le condizioni etiche per l'affermarsi del capitalismo – ma senza condividere supinamente quella marxiana – i nuovi rapporti di produzione creano le condizioni materiali per una nuova cultura egemone. È la reazione psicologica degli uomini in carne ed ossa, che fanno davvero la storia – più direttamente dell'etica o di rapporti di classe – a determinare concretamente il corso degli eventi. È l'uomo, sottoposto dal nuovo dinamismo economico ad una instabilità sconosciuta, che reagisce creando una cultura inedita ma rassicurante che possa fornirgli un conforto ed una sicurezza che ha perso.
Fromm arriva quindi nel suo saggio a trattare il XX secolo: il capitalismo è sempre più dinamico, si è affermata la società industriale, nascono le società democratiche, con il crollo degli imperi centrali della I guerra mondiale.
La situazione storica del primo dopoguerra non era meno difficile della caotica globalizzazione che viviamo oggi. Sulla Repubblica di Weimar si calarono tre crisi drammatiche: le peggiori condizioni debitorie imposte in modo miope dai vincitori che si aggiunsero alle distruzioni della guerra; l'impressionante inflazione che prosciugò risparmi ed averi, colpendo soprattutto il ceto medio-basso; la Grande Depressione del '29 che portò la crisi la crisi in tutto il mondo. La giovane democrazia repubblicana non riuscì, per molti motivi, ad offrire risposte efficaci e molti proprio il ceto medio-basso, in una situazione in cui mancava qualsiasi sicurezza si rivolse alla forze nazionaliste e militariste, alla cui guida riuscì ad emergere il partito nazionalsocialista di Hitler.
Fromm sottolinea che quando si perde ogni certezza, che sia personale o sociale, il senso di sé viene colpito e la reazione comune è quella di cercare fuori da sé la sicurezza venuta a mancare, sminuendo sé stessi al cospetto di personalità apparentemente sicure ed aggressive. Nasce così l'integrazione reciproca dei caratteri masochista e sadico, vittima e carnefice, evidenti nella vicenda del III reich a partire dal carattere sadico dello stesso Hitler.
Sottomissione e dominio, tipiche del nazismo, sono tuttavia manifestazioni esteriori della stessa insicurezza. Se i tedeschi non sono stati capaci di vincere, non meritano di vivere – è la considerazione che Hitler lascia alla storia dal bunker in cui sta per suicidarsi; il suo disprezzo per il valore dell'esistenza umana si mostra in parte simile a quella di Lutero (il che naturalmente non significa che le dottrine siano simili, ma che dal punto di vista psicologico per entrambi l'umanità non ha un valore in sé, ma solo in relazione al volk tedesco o alla misericordia divina). Anche l'atroce scelta finale di Goebbels di trucidare i 6 figli, per poi suicidarsi assieme alla moglie, non fa altro che confermare che la distruttività assoluta è l'unica risposta che può scaturire nel carattere psicologico nazista dalla propria sconfitta.
Ma il problema non si risolve con la fine dei totalitarismi. Nella società odierna l'uomo "diventa più indipendente, autosufficiente e critico, e al tempo stesso diventa più isolato, solo e impaurito". È vero che l'attività economica capitalistica promuove l'autonomia e l'iniziativa economica del singolo, ed assieme i diritti civili e la partecipazione democratica, ma la libertà individuale viene per molti versi ridotta dal fatto che il benessere, i beni materiali, il consumismo, diventano fini a sé stessi, necessari ma non utili ad una maggiore soddisfazione umana. Il capitalismo consente quindi un enorme progresso delle stesse condizioni di vita dell'umanità, ma spinge l'uomo a lavorare per fini extrapersonali, lo ha reso servo della stessa macchina che ha costruito dandogli un senso di irrilevanza e impotenza.
È allora un rassicurante conformismo il rifugio di oggi, per l'uomo minacciato dalla competizione della manodopera internazionale e dalla pressione demografica dell'immigrazione. L'adesione spesso "rabbiosa" ad risposta populista che abbiamo imparato a riconoscere (ad un tempo l'accettazione rassegnata del modello sociale e l'individuazione di un nemico "esterno"), ma che nonostante questo non siamo ancora capaci di contrastare con una proposta democratica di tipo comunitario ma non rigidamente identitario.


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